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Delitto Matteotti:

il “teorema” di Mauro Canali

 

Maurizio Barozzi (marzo 2015)    

 

Un inchiesta su un delitto storico complesso,

con innumerevoli complicazioni che viene configurata,

tramite congetture e illazioni, come un "teorema".  

 

roma - marzo 2015 - testo non in vendita - ai soli fini di studio

 

 

INDICE

 

Introduzione

Delitto Matteotti: Il “teorema” di Mauro Canali

Arnaldo Mussolini

Il Petrolio negli anni ‘20

La Convenzione con la Sinclair Oil

Mussolini come Al Capone

Il personaggio Mussolini

“Prove” della colpevolezza di Mussolini

Controdeduzioni di Mauro Canali

I documenti spariti

Testimonianze di Carlo Silvestri

I non “alibi” di Mussolini

Il parere dei familiari di Matteotti

I ricordi di Edda, la figlia del Duce

Conclusioni

Note

 

 

INTRODUZIONE

 

 Parte di una certa storiografia da sempre impegnata, con risultati assai scarsi, a voler dimostrare Mussolini quale mandante dell’omicidio di Matteotti, ha trovando in Mauro Canali e nel suo testo: Il delitto Matteotti . Affarismo e politica nel primo governo Mussolini“– Ed. Il Mulino 2004 [copertina a lato],

libro preceduto da una edizione più pregna di documenti del 1997), colui che l’ha finalmente confezionata, dietro una attenta analisi, in una tesi ben definita e dettagliata, ma che a nostro avviso resta pur sempre un ipotesi, più che altro strutturata come un “teorema”, con tutti i limiti del caso.

Si da il caso però che per alcuni, questa del Canali, è un opera che farebbe testo, sia per le documentazioni presentate e sia per l’autorevolezza dell’autore, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Camerino, a suo tempo allievo di Renzo De Felice, spesso ospite di programmi televisivi, in particolare la “La Grande Storia” della Rai Tv, e che ha tenuto conferenze anche all’estero.

Con il presente articolo, non abbiamo certo la presunzione di voler confutare uno storico di professione, ma riteniamo di poter apportare delle critiche e delle osservazioni che, a nostro avviso, riducono e di molto, le tesi dell’autore e configurano la sua inchiesta sul delitto Matteotti, più che altro, come un “teorema”, perché proprio di un teorema in effetti si tratta.

In ogni caso una nostra inchiesta sul caso Matteotti, l’abbiamo pubblicata nel sito della Fncrsi : “Il delitto Matteotti” visibile on line:

 http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf a cui rimandiamo per una più completa esamina di questo argomento.

Prima di addentrarci nella analisi del testo del professor Canali, occorre fare una premessa: ricostruire oggi le vicende del delitto Matteotti, risalendo alle rispettive responsabilità in quel delitto, è possibile solo con un certo margine dubitativo.

Nonostante i processi svolti, infatti, del resto influenzati da notevoli spinte politiche (quello di Chieti del 1926 addomesticato dal Regime fascista e quello di Roma del 1947 sotto l’ influenza del clima post resistenziale antifascista), le tante testimonianze rese, poi modificate o ritrattate, i memoriali, ecc., non è possibile avvalorare una ricostruzione, invece di un'altra, basandosi su questo materiale, a causa di troppi inquinamenti, interessi, speculazioni alle quali nessuna autorità pose limiti, anzi sia il regime fascista che il contesto antifascista del dopoguerra, ne furono il brodo di coltura.

Non si può fare neppure pieno affidamento ai verbali di interrogatorio e alle deposizioni in tribunale perché non di rado i testi mentirono spudoratamente, poi in seguito le ritrattarono o modificarono, insomma un vortice di versioni a cui i “ricercatori” hanno attinto solo quello che gli tornava comodo per le loro tesi, spesso senza verificarle e incrociarle con i dati conosciuti.

Ma del resto anche l’incrocio delle testimonianze serve a poco, perché, come detto, tutto il materiale a disposizione è inaffidabile e tanti protagonisti dell’epoca rilasciarono o corressero testimonianze (e spesso gli fu possibile anche concordarle tra di loro in carcere) in funzione degli interessi degli incriminati o della linea del regime fascista e all’opposto altri le pronunciarono negli interessi dell’antifascismo (anche sotto ispirazione massonica) teso ad inguaiare il Duce ed abbattere il regime durante il “fuoriuscitismo” nel periodo del ventennio, o nel dopoguerra post resistenziale per denigrarne la memoria.

Scrive giustamente Giuliano Capecelatro, giornalista storico:

…una materia complessa, imbrogliata, resa da ancor più difficile decifrazione da una fioritura sterminata di bugie, lacune, omissioni, sparizioni, ambiguità che ancora oggi mantengono un velo sulla verità.[i]

Con il tanto materiale oggi disponibile, pur scremato di quanto risulta palesemente falso, incrociando deposizioni e testimonianze, rivelazioni e sentito dire, si potrebbe allegramente confezione più di una versione, opposte tra loro, ma comunque le si motivi non reggerebbero ad una attenta critica.

E questo vale anche per le ipotesi avanzate dal Mauro Canali il quale, nonostante porti a supporto varie documentazioni, deve spesso confermare le sue ipotesi rifacendosi alla tal testimonianza o al tal memoriale finendo ogni ipotesi per diventare un castello di carte.

Detto questo analizziamo il lavoro del Canali:

[Da qui in avanti, tutti i riferimenti ai testi di Mauro Canali, se non diversamente riportato, sono alla sua opera: Canali M.: Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997 – e/o – alla Edizione riveduta 2004.

Per comprendere bene il presente Saggio, oltre che i suddetti testi, è necessario conoscere fatti, antefatti e cronache del caso Matteotti. In questo senso invitiamo a leggere il nostro testo: “Il delitto Matteotti”, sopra indicato].

 

Maurizio Barozzi

 

 

DELITTO MATTEOTTI

Il “teorema” di Mauro Canali

 

 Riflettendo sui lavori e le analisi di Mauro Canali, possiamo, rilevare che questo storico, che per il delitto Matteotti si sostiene sia andato oltre Renzo De Felice, basa il tutto su una sua convinzione: Mussolini trafficava in tangenti. Una convinzione che, lo diciamo subito, non condividiamo, ma ne parleremo anche perché il “potere”, da sempre, ha comportato sistemi di finanziamento ai quali si affianca il malaffare e quindi la confusione su questo argomento è alquanto facile. [ii]

Di certo anche Renzo De Felce conosceva i sistemi di finanziamento che si praticano dalla notte dei tempi e sono ancora il mezzo consueto di finanziamento dei partiti anche della Repubblica democratica del dopoguerra (nonostante che ora i partiti abbiano finanziamenti di Stato).

De Felice conosceva queste cose, magari non fino a dove, nelle documentazioni, ha proseguito il Canali, ma non è solo in questo modo che si possono sciogliere certi dubbi storici ed interpretare le vicende del delitto Matteotti.

Per altri versi sarebbe come stabilire che siccome Lenin prese ingenti finanziamenti da Wall Strett e dal servizio segreto tedesco, se ne deducesse che Lenin era un uomo dell’Alta finanza e uno strumento del Kaiser. Oppure che Hitler avendo avuto finanziamenti anche da banche ebraiche era uno strumento dell’ebraismo; o ancora Mussolini, visto che prese finanziamenti per creare il Popolo d’Italia da tutti quegli ambienti, in genere massonici, interessati a portare l’Italia in guerra a fianco dei franco britannici, e durante la guerra venne anche finanziato dagli inglesi per tenere in piedi il pericolante “fronte interno” del paese, questi era uno strumento al servizio della massoneria e un agente inglese.

Chi ragiona in questo modo dimentica le leggi storiche, leggi che attestano che sempre e comunque ci sono poteri e interessi che hanno convenienza, per paura o per interesse, a finanziare “qualcosa” o “qualcuno” e uomini e movimenti che hanno necessità di farsi finanziare.

Stiamo oltretutto parlando di un epoca ove da decenni imperava il malcostume delle tangenti, piaga generata dal risorgimento. Nell’Italia degli anni ’20 la corruzione è diffusa e annidata nella burocrazia. Il rinnovamento, che avrebbe dovuto portare il fascismo, gli uomini nuovi, sarà lento e si manifesterà solo con gli anni, ma per il contingente troppi elementi marci si erano innestati nella rivoluzione fascista ed ora erano assurti al potere. Questo era il contesto dell’epoca nel quale il governo Mussolini si barcamenava dovendo far fronte a necessità non sempre conciliabili: gli interessi prioritari del paese, gli interessi di lobby che il governo, volente o nolente, aveva ereditato dai passati regimi e che comunque doveva subire anche perché l’andata al potere del fascismo aveva avuto finanziamenti da varie parti.

Tutte le vicende e le confidenze dell’epoca attestano che Mussolini disdegnava il denaro, aborriva la corruzione e ne aveva come fine ultimo la sua estinzione; che poi per opportunità tattiche o costrizioni di potere lasciava che ci fosse chi la esercitava, è un altro discorso.

Per la verità le presunte tangenti che Mauro Canali pretende di aver scoperto a vantaggio di Mussolini, il fratello Arnaldo, ecc., di fatto vengono fatte passare anche quale un interesse personale, un arricchirsi, sfruttando la raggiunta posizione di potere e questo assume un diverso aspetto, finendo per configurare Mussolini e il suo governo come una specie di Al Capone con tutto il suo sistema gangsterico.

Resta il fatto, però, che tutti questi illeciti arricchimenti, per la famiglia Mussolini, non si sono poi manifestati né per lui, né per gli eredi,[iii] ed allora, ci chiediamo: come può lo storico Canali, preso da fazioso furore nel dimostrare la corruzione del Duce, dedurre che alcuni documenti, una certa ricevuta, un certo finanziamento, da far risalire a Mussolini, sarebbero la prova della sua personale corruzione?

Quando oltretutto non è la corruzione la prassi e l’essenza politica di un uomo che poi realizzerà lo Stato del Lavoro e lo Stato sociale; la creazione, al tempo rivoluzionaria, dell’IRI; la società socialista con la RSI, e la formulazione dottrinaria del “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato e soprattutto niente contro lo stato”, e che invece, qui si sottende, che avrebbe preso il potere per il potere, per arricchirsi.

E la stessa sicumera “tangentista”, il Canali la ripete quando afferma, in una intervista, di aver trovato almeno tre prove di tangenti a Mussolini e una lettera delle ferrovie circa la vendita di residuati bellici e il versamento che Mussolini riceve e sigla “riservatissimo”.[iv]

E non si presume, invece, che quel versamento, può avere destinazioni che non si conoscono, tanto che sigla “riservatissimo”, ma a quanto pare non lo fa poi sparire?

Sono vicende consuete in un sistema di governo, ma sono relative alle contingenze del tempo, con la pluriennale politica di Mussolini, anche perché qui non stiamo facendo valutazioni di correttezza e moralità, nel qual caso, non potremmo dimenticare il particolare periodo dell’epoca, in un certo senso “rivoluzionario”, laddove la stessa rivoluzione, è un atto illegale, ma non come tale può essere valutato.

In ogni caso, oggi come oggi, tutte le documentazioni che il Canali può portare per attestare tangenti che sarebbero finite nelle tasche di Mussolini o del fratello, possono interpretarsi come tali, come malaffare, solo attraverso congetture, quando invece siamo in presenza di un complesso quadro storico, dove determinati finanziamenti passano di mano e non possono mancare, oltretutto Arnaldo Mussolini, nella sua qualità di “amministratore” del giornale il Popolo d’Italia è preposto proprio a questa funzione di finanziamento, comune a tutti i giornali, o si crede che, tanto per fare un esempio, Il Corriere della Sera o l’Avanti! del tempo si alimentavano con i cioccolatini?

Tutti gli attori dell’epoca sono morti e quindi non possono ora spiegare e dettagliare a cosa e a chi quei documenti che il Canali va tirando fuori, si riferivano, a cominciare da Arnaldo Mussolini che per il Canali sarebbe al centro della Tangentopoli dell’epoca.

 

 

Arnaldo Mussolini

 

 Arnaldo Mussolini (11 gennaio 1885 – 21 dicembre 1931), di due anni più giovane di Benito, era una delle pochissime persone di cui Mussolini, da sempre malfidato rispetto agli uomini, si fidava e apprezzava, facendone il suo uomo di fiducia e confidente. Gli aveva affidato la carica, importante di direttore amministrativo del Popolo d’Italia e poi, dopo la marcia su Roma, quella di Direttore del giornale. Come direttore amministrativo, cosa da non sottovalutare, deve preoccuparsi della sopravvivenza economica del giornale.

Si dice che fosse sensibile a farsi coinvolgere in qualche partecipazione azionaria, dove il suo nome era appetito o in qualche affare, che poteva nascondere intrallazzi, ma quello che si conosce della vita e della personalità di Arnaldo non attesta che questi fosse un furfante, nè tantomeno i lasciti alla sua morte, verso la famiglia, attestano illeciti arricchimenti, se a quanto sembra ammontavano a 130.000 lire, una somma modesta rispetto al ruolo e alle funzioni da lui assolte in vita.

E’ vero che vi erano voci che dicevano che Arnaldo Mussolini era incline a farsi coinvolgere in affari e partecipazioni azionarie (del resto lo era anche Gabriele D’Annunzio), dove il suo nome era appetito, ma non ci sembrano queste vicende così rilevanti, nè tantomeno disoneste, da giustificare un coinvolgimento del fratello del Duce nel malaffare.

Costituiscono, tutto al più, degli “scheletri nell’armadio” che potevano frenare Mussolini in qualche dura polemica con avversari facenti parte di poteri forti.

E questo compresa la famosa tangente, stimata in 40 miliardi di lire (rapportate al 2000) che il Canali afferma che doveva essere versata, e una parte fu versata, dai petrolieri ad Arnaldo Mussolini. Qui attraverso una unilaterale interpretazione di documenti, si confondono giri di finanziamenti con tangenti da corruzione, il tutto elaborato dietro evidenti congetture per arrivare ad avere un “movente” che dimostri da parte di Mussolini, l’intento di assassinare Matteotti.

Due nipoti di Arnaldo Mussolini, Anna e Pio Luigi Teodorani Fabbri, vinsero una causa contro il settimanale l’Espresso che parlando di un libro di Denis Mack Smith con le solite accuse non provate contro Arnaldo, in un articolo di Gianni Corbi: Matteotti contro l’affare petrolio, del 13 giugno 1996, aveva definito Arnaldo “spregiudicato procacciatore d’affari”. Il settimanale, tre anni dopo, venne obbligato a pubblicare una loro precisazione e fu condannato al pagamento delle spese.

Canali, praticamente, tratteggia la figura di un criminale, Benito Mussolini, furbo e spietato e di un disonesto truffatore, il fratello Arnaldo, che tra l’altro era una persona religiosissima e sensibile che alla morte prematura del figlio, di fatto, si lasciò morire, perdendo ogni stimolo alla vita. Se, tra le tante, c’era un differenza sostanziale tra i due fratelli Mussolini, possiamo dire che mentre Mussolini non era interessato, anzi disdegnava il denaro, trovando appagamento nella prassi politica e nell’esercizio del potere, Arnaldo, religiosissimo, amava interessarsi anche degli aspetti finaziari, ma per principio sosteneva la necessità di un substrato spirituale per le questioni politiche, sociali ed economiche.

Benito, l’assassino, nel 1927 scriverà al “truffatore” Arnaldo:

«L’industriale Somaini, in una lettera mandata al segretario federale di Como, Tarabini, affermava di avere diritto, alla mia personale gratitudine.

Non conoscendolo e non avendo avuto ragione di contatti con lui, gli ho fatto chiedere a mezzo del prefetto di Como, che si spiegasse. Egli ha allora dichiarato che alla fine del 1925, sollecitato dal dottor Ambrogio Binda, fece un offerta di lire 50 mila al “Popolo”. Non appena possibile gliele restituirai, magari con gli interessi maturati nel frattempo».

A chi lo accusava di favoritismi, il 4 luglio 1924 Arnaldo così rispondeva:

«Sfido qualsiasi vicino o lontano, illustre o sconosciuto, amico o avversario in buona fede o in mala fede, a dimostrare che durante 20 mesi di governo fascista e di fatica improba per me, io mi sia giovato per raccomandare una legge o un decreto, un favoritismo, un attenzione, un riguardo, dal quale mi siano venuti direttamente o indirettamente benefici di qualunque genere. Sfido chiunque e metto come posta la vita a dimostrare che mi sono valso in qualsiasi caso, in qualche occasione, che mi sono attivato presso privati, gerarchie, ministri, etc., della mia parentela fraterna con il Duce, supremo d’Italia e se invece tutto questo non mi abbia imposto una severità di vita, un riserbo, un silenzio eccessivo che onora entrambi, e che ci mette, almeno nell’opera, di profonda rettitudine, ad uno stesso altissimo livello».

Per il Canali, ogni documento, ogni ricevuta, che si poteva far risalire a Mussolini e riguardante finanziamenti o presunte tangenti, traffici che in qualche modo non potevano mancare e in particolare quelli della faccenda del petrolio, della Sinclair Oil, ecc., sono il corpus di un vero e proprio “teorema” costruito su vicende petrolifere molto complesse, con compagnie straniere che si muovono sul nostro mercato e di cui è molto difficile attestare con certezza assoluta quali erano le esatte strategie, e le vere proprietà azionarie che per le compagnie minori potevano cambiare dall’oggi al domani attraverso accordi, acquisizioni ecc.

Lo stesso Mauro Canali si rende conto di questa complessità:

«Sarebbe sbagliato con questo concludere che la Sinclair Oil fosse una controllata della Standard Oil, ma certamente per la sua dipendenza finanziaria, dal “money trust” newyorkese, di cui la banca Rockefeller era autorevolmente esponente, essa non era assolutamente in grado di resistere a eventuali pressioni che il colosso petrolifero avesse ritenuto necessario, per motivi strategici, esercitare su di essa, soprattutto tramite la casa Morgan».

Ma vediamo un poco più addentro questo problema del “petrolio”. sul quale il Canali basa quasi tutto il suo “teorema”.

 

 

Il petrolio negli Anni ‘20

 

 Quando le riconversioni industriali promossero il petrolio quale materia prima nell’industria e nei trasporti e giacimenti petroliferi erano stati scoperti, l’oro nero divenne la causa prima di guerre e rivoluzioni.

L’Alta Finanza, nei primi anni del ‘900, sotto il regno dei Rothschild e in accordo con i Rockefeller e i Morgan, divenne anche grande capitale monopolistico, proiettato al controllo delle aree petrolifere e alla acquisizione delle grandi imprese capitaliste.

Tutta la Prima Guerra mondiale era stata scatenata più che altro per gli interessi della grande Finanza, la quale al termine di quel macello, da lei in buona parte procurato, si ritrovò proiettata, sull’asse City di Londra e Wall Stret di New York, ad un dominio mondiale poco visibile, ma sostanziale.

Precedentemente, a metà ottocento l’Italia, dopo l’apertura del canale di Suez e poi le prime grandi scoperte di giacimenti petroliferi nel Medioriente, era diventata strategicamente importante per il controllo delle rotte petrolifere, soprattutto per gli inglesi che consideravano il Mediterraneo come un “loro Lago”. Praticamente i britannici consideravano il nostro paese come una specie di protettorato e noti erano i loro legami con casa Savoia e il controllo esercitato nella nostra società attraverso la massoneria, in accordo o in concorrenza con quella francese.

Fu da quel momento che gli inglesi passarono da un sostegno ideale, ad un sostegno finanziario e concreto al Risorgimento.

Adesso però l’Italia, uscita dalla Grande Guerra, era fuori dal giro petrolifero e gli inglesi con la Anglo Persian Oil Company, Apoc e gli americani con la Standard oil di Rockefeller (sia pure in misura minore mettiamoci anche i Sovietici), quando potevano non ci pensavano due volte a boicottare, interferire e sabotare i nostri interessi a vantaggio dei loro, non solo in Medio oriente, ma anche in aree come l’Albania che potevano rientrare anche nei nostri spazi geopolitici. Oltretutto, al tempo, solo le grandi compagnie petrolifere, come la Standard Oil di Rockefeller, avevano mezzi ed attrezzature adeguate per procedere in certe particolari ricerche e difficoltose estrazioni.

Una nostra vera compagnia di Stato, l’AGIP, venne creata, per ogni attività relativa all'industria e al commercio dei prodotti petroliferi, solo nel 1926.

Nel 1923 /’24, il nostro fabbisogno petrolifero era fornito per l’8o % dalla Standard Oil of New Jersey di Rockefeller, la futura Exxon (tramite la Società Italo-Americana del Petrolio, SIAP) che lo trasportava già raffinato attraverso l’Atlantico e per il 20 % dalla filiale italiana della anglo olandese Royal Dutch Shell che lo trasportava a minor prezzo dalla più vicina Persia.

Nel 1923 ad ottobre la britannica Anglo Persian Oil Company, APOC, la futura BP, (britannica, ma di proprietà dell’Ammiragliato, come la stessa Home Fleet, nelle loro migliori tradizioni piratesche), aveva firmato un accordo con il governo italiano e a gennaio del 1924 costituì la sua filiale italiana.

Al tempo quindi, da noi, si giocavano importanti trattative che coinvolgevano l'onnipotente Standard Oil e la sgomitante britannica Anglo Persian Oil Company; ed infine la spregiudicata piccola compagnia americana Sinclair Exploration Company, (del petroliere Harry Ford Sinclair).

Anche i sovietici, dopo il riconoscimento dell’Urss da parte del nostro governo, ufficialmente concluso i primi di febbraio del 1924 e il varo di diversi accordi commerciali, cercavano un loro spazio per piazzare il loro petrolio..

In ballo c'erano anche i sospetti su Casa Savoia, riferiti al petrolio libico “apparentemente” non ancora scoperto e l'impegno del Re (dicesi a suo tempo ben remunerato) a mantenere il più possibile ignorati “covered” i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico e forse anche per certe proprietà azionarie che erano state “regalate” al Savoia per qualche sua acquiescenza. [v]

Il governo Mussolini si barcamenava dovendo far fronte a necessità non sempre conciliabili: gli interessi prioritari del paese, gli interessi di lobby che il governo, volente o nolente, aveva ereditato dai passati regimi e che comunque doveva subire anche perché l’andata al potere del fascismo aveva avuto finanziamenti da varie parti: era il malcostume delle tangenti, piaga generata dal risorgimento. Nell’Italia degli anni ’20 la corruzione imperava, tramite la politica e annidata nella burocrazia. Il rinnovamento, che avrebbe dovuto portare il fascismo, sarà lento e si manifesterà con gli anni, ma per il contingente troppi elementi marci si erano innestati nella rivoluzione fascista ed ora erano assurti al potere.[vi]

Ma non indifferente era anche il fatto che l’Italia fosse fortemente esposta in debiti con gli Stati Uniti e la Banca Morgan (debiti bellici) , e Mussolini sapeva bene che, obtorto collo, era obbligato a pagare quei debiti e aveva bisogno di trattare con il mondo finanziario americano dove buona parte della finanza e delle banche erano rette da grandi finanzieri ebrei. Fu forse anche per questo che accettò di lasciar far da tramite a Guido Jung (finanziere e industriale israelita eletto nel 1924 con il PNF nel ”Listone”, intimo con il mondo finanziario di New York) anche per la questione di quelli che poi furono gli accordi con la Sinclair Oil. Lo Jung poi nel 1932 divenne ministro.

Altra questione secondaria, ma non indifferente era poi quella, già accennata, che vedeva affacciarsi anche i sovietici nel nostro mercato petrolifero. Sono vicende che ruotano attorno al riconoscimento dell’Urss ratificato nel febbraio 1924, con importati accordi commerciali con i Sovietici per l’importazione di petrolio. Emblematico, per esempio, il fatto che all’epoca, nel pieno degli accordi con i Sovietici, Mussolini si accorge che qualcosa “non funziona”, che ci sono dei boicottaggi. Sarà il comunista Nicola Bombacci, a denunciare la faccenda alla Camera, evidenziando che mentre a Mosca tutto è pronto per concludere i contratti, in Italia, queste informazioni sono nascoste al Capo del Governo. Mussolini non ci mette molto a scoprire che tutto ciò risponde al vero (se già non lo sapeva e con un gioco delle parti, fece fare all’ “amico” Bombacci dell’opposizione, la denuncia) e che i boicottaggi avvengono anche nelle segrete stanze della Presidenza evidentemente per venali interessi contrari.

Ricostruire comunque le vicende storico-petrolifere dei primi anni ’20 non è difficile, ma più difficile è inquadrare con presunzione di certezza cosa c’era, e chi c’era, dietro determinate scelte, dietro certe proprietà ed interessi.

Quelle vicende infatti devono tenere conto, se si vuol comprendere a pieno l’operato del Capo del governo Mussolini, di certe situazioni del tempo, degli interessi della nazione che dovrebbero, ma spesso non è possibile, conciliarsi con la situazione oggettiva del mercato petrolifero, degli interessi sporchi di chi è immischiato in quei traffici, ma non si può fare a meno del loro supporto, della oggettiva forza (alquanto esigua) su cui può contare il Duce nel portare avanti certe iniziative e piegare certi interessi, e via dicendo.

I primi mesi del 1923, per esempio, il ministro dell’Agricoltura (competente in queste vicende) Giuseppe De Capitani d’Arzago promosse un progetto finalizzato alla rapida costituzione di un Ente petrolifero di Stato, prospettando quindi di ridurre il mercato gestito dalle grandi compagnie, Standard Oil soprattutto, che ne avevano il monopolio nel nostro paese. Il suggerimento, presentato a Mussolini venne da questi accolto favorevolmente.

Ma tempo dopo Mussolini lascia cadere questo progetto e nel contesto di un ristrutturazione generale, vengono soppressi i ministeri dell’Agricoltura e dell’Industria per crearne uno nuovo che li accorpi: il Ministero dell’Economia Nazionale a cui verrà posto a capo, il 1 agosto 1923, il ministro Orso Mario Corbino, un siciliano tecnico, professore laureato in fisica e manager industriale che viene dall’area liberal democratica.

Cosa era accaduto nel frattempo? Tra le altre cose si era prospettata l’eventualità di concedere una Concessione, dalla durata decennale, che abbracciava la produzione di oli minerali, gas e relativi idrocarburi. Una vera e propria Convenzione con privilegi di natura fiscale a vantaggio della americana Sinclair Oil che l’aveva richiesta.

Il Canali non lo dice espressamente, ma traspare poi evidente nel proseguo della sua analisi, che Mussolini, interessato per motivi anche personali e speculativi, alla trattativa con la Sinclair, predispose le cose per renderla fattibile.

Ecco quindi che, seppur con una certa logica, le vicende storiche vengono piegate alla dietrologia, quando invece, nel cambiamento di Mussolini, potevano essere compresi vari problemi politici e rapporti di forza, come ad esempio l’interesse a determinare in Italia un fronte di concorrenza che spezzasse il monopolio della Standard Oil (quando la stampa avanzò i dubbi che dietro la Sinclair Oil ci potesse essere la Standard Oil, anche il governo fece chiedere informazioni in America, segno che si avevano dei duhbi e ci si voleva regolare di conseguenza. Successivamente poi, nonostante che i dubbi rimasero, anzi forse si accentuarono , si decise di procedere comunque con la Sinclair).

In definitiva, oltre che l’interesse per la Sinclair, in quella occasione, Mussolini, che pur mostrerà sempre di privilegiare gli interessi nazionali, soppesando il tutto aveva valutato che conveniva continuare a comprare il petrolio e proprio questa prassi gli veniva suggerita da esperti del settore, finendo forse per fare come quel chirurgo, che pur sapendo che il suo intervento potrebbe essere nocivo (stop al progetto di un Ente di Stato), è però costretto a metterlo in atto, perché altre strade non ci sono e il paziente morirebbe.

Come sostiene intelligentemente Marcello Staglieno nel suo “Arnaldo e Benito due fratelli”, [vii] non si dimentichi che Mussolini era digiuno in materia di petrolio egli, per esempio, dava retta a Luigi Einaudi che scriveva che era più conveniente comprarlo all’estero che spendere milioni per cercalo. Proprio così forse si spiega che non si insospettì di una strana clausola apposta in una relazione governativa del 19 luglio 1923 dove, pur invocando la necessità di effettuare trivellazioni nelle Colonie, escludeva la Tripolitania (ne sapeva niente il Re?).

Certo se sono congetture quelle del Canali, seppur supportate da alcuni elementi di cronaca storica, ancor più congettura è la nostra, ma qui stiamo parlando di Mussolini, non di un qualunque dittatore delle Bahamas, impelagato con interessi personali: nei 20 anni successivi, se l’Italia ebbe uno Stato degno di questo nome, riforme sociali all’avanguardia nel mondo, Enti, strutture e grandi Opere al servizio del popolo, lo deve al fascismo, ed è riconosciuto che forse, senza Mussolini e nonostante i danni della seconda guerra mondiale, l’Italia sarebbe rimasta un paese sottosviluppato come molti paesi dei Balcani.

Nelle analisi e valutazioni storiche, tutto questo varrà pur qualcosa!

Su queste vicende petrolifere, non meno del Canali, sono altresì interessanti varie osservazioni, riportate da Marcello Staglieno nel suo citato “Arnaldo e Benito due fratelli”. Si sostiene che al tempo le conoscenze petrolifere di Mussolini si basavano sulla famosa relazione Sitta del novembre 1920, redatta dal sottosegretario alla Marina Mercantile Combustibili e Aeronautica del V governo Giolitti. Pietro Sitta.

La relazione, riportava l’indicazione di costituire un Ente dei petroli che infatti venne progettato nelle linee essenziali nel luglio 1923 e farà poi da base per la costituzione dell’Agip nel 1926.

Le drastiche deduzioni del Canali, quindi, di un vero e proprio affossamento di ogni iniziativa per la costituzione di un Enti di Stato, sono fuori luogo, dovendosi parlare invece di scelte e tattiche operative del tempo.

In ogni caso De Capitani, agli inizi del 1923 aveva ripetuto a Mussolini, quanto già gli aveva esposto sei mesi prima in un Consiglio dei Ministri, sulla necessità di importare, nell’immediato futuro, ben più delle 500.000 tonnellate annue necessarie a compensare le estrazioni di petrolio sul territorio nazionale, pari a 4o0.000 litri l’anno. Queste necessità erano così evidenti che il Duce all’indomani della formazione del governo, aveva dichiarato alla “Stefani”, proprio sulla base della Relazione Sitta, che da una parte era volto alla valorizzazione delle nostre risorse minerarie, ma dall’altra non intendeva indugiare nell’assicurarsi all’estero il fabbisogno nazionale.

Proprio in tal senso il 4 febbraio 1923, fa osservare Marcello Staglieno (opr. cit.), si era espresso l’economista Luigi Einaudi, sul Corriere della Sera, con questo tautologico interrogativo: «Non è probabile che, in qualunque evenienza, costi sempre meno comprare il petrolio da chi ne ha da vendere?».

Il 18 luglio 1923, particolare che Canali trascura (fa osservare Staglieno), in una relazione riservatissima a Mussolini, De Capitani lo aveva informato delle trivellazioni sul territorio nazionale, ma rilevando che era necessaria la somma di 200 milioni, di cui un quarto dovrebbe essere versato dallo Stato.

Ma c’era il deficit di bilancio. Una partenership, anche dal punto di vista tecnico era ancora necessaria.

E’ a questo punto che Gelesio Caetani, ambasciatore a Washington, ma anche esperto ingegnere minerario, prospetta un accordo con la Sinclair Oil, anche per le necessità degli approvvigionamenti petroliferi.

Si misero quindi in moto tutta una serie di situazioni che portarono il Duce ad indirizzarsi in un certo modo.

Fatto sta che l’avvento di Corbino, con il nuovo ministero dell’Economia Nazionale, che si aggiunge alle nomine già in auge dal novembre del 1922 di Gelesio Caetani ambasciatore in America e il ministro dei lavori pubblici, il fascista siciliano Gabriello Carnazza, rafforzò, nell’ambito che stiamo prendendo in considerazione, la presenza di uomini con interessi privati, come il Corbino e il Carnazza,, o legati al mondo finanziario, alle banche, la Guggenheim per esempio, come Caetani (con moglie inglese), tanto che l’ambasciatore aveva subito fatto entrare nel giro anche Guido Jung, industriale e finanziere ebreo, che per i suoi ottimi rapporti allargò le relazioni con il mondo finanziario americano ai Rockefeller, i Morgan, ecc. A dicembre del ’22, lo Jung era già al lavoro come ministro plenipotenziario.

 

 

La Convenzione con la Sinclair Oil

 

E veniamo così alla Sinclair Oil perché fu in questo contesto che a luglio del 1923 vennero in Italia Jung e Caetani, anche a supportare le proposte della compagnia americana che puntava ad una Convenzione con il nostro paese.

A settembre poi venne in Italia anche il banchiere Otto Kahn consulente del gruppo finanziario newyorchese dei maggiori azionisti della Sinclair.

Kahn venne ricevuto da Mussolini ed essendo comproprietario della Westinghouse con il gruppo Mellon, per un giro di amicizie e relazioni, entrò in ballo a presenziare alle udienze anche Aldo Finzi sottosegretario agli interni, che a questi gruppi imprenditoriali era vicino.

Nel colloquio con Mussolini si parlò anche di ricerca petrolifera e sembra che il Duce si mostrò favorevole alle trattative con la Sinclair.

Il procedere in questo senso vede un certo zelo di Cesare Rossi nei comunicati ufficiali e di Filippo Filippelli sul Corriere Italiano, a favore degli accordi. E già da qui si potrebbe sospettare un certo giro di tangenti use a oliare certi ingranaggi. Ma sono tutte situazioni inevitabili e a latere di Mussolini.

Matteo Matteotti, e Giuseppe Rossini affermano che l’affare Sinclair, procedeva a tenaglia. Da una parte Caetani e, dall’altra, forse attraverso De Bono, che a sua volta agiva su Rossi e Finzi, la Corona. A completare il quadro poi Pippo Naldi e il banchiere ministro plenipotenziario onorario a Washington, Guido Jung quale consulente finanziario in stretto contatto con Caetani e Arthur Weatch vicepresidente della Sinclair.

Si comprende quindi come tutta questa situazione sia complessa, che sicuramente vi girano tangenti, come scorretto costume della Sinclair, ma che il procedere di Mussolini non può essere interpretato unicamente nell’ottica del malaffare.

Ci furono poi delle impasse alle trattative perché certa stampa, evidentemente legata a interessi rivali, compreso il Nuovo Paese di Carlo Bazzi (altro giornale ambiguo, oppure Il Corriere dei Petroli di Giorgio Cavallotti) mise in risalto che la Sinclair in America era stata coinvolta in un grosso scandalo comprensivo di tangenti, quello di “Tea Pot Dome” e si vociferava di intese e dipendenza tra la Sinclair Oil e la Standard Oil.

L’8 marzo del ’24 Mussolini incontra Corbino, il quale, particolare veramente curioso, cominciava ad avere perplessità sulla Sinclair e poi invia alle nostre ambasciate a Londra e Washington e alle legazioni di Teheran e Mosca richiesta di esplicite informazioni a conferma delle voci di accordi segreti tra la Sinclair Oil e la Standard Oil.

Il 10 marzo inoltre rifiuta, a causa delle voci dello scandalo americano che giravano sulla Sinclair di incontrarne il rappresentante in Italia che, in ripartenza per gli Usa, desidera vederlo, scrivendo sul foglio di richiesta delle udienze “che dopo le voci di questi scandali se ne può tornare in America senza vedermi”.

Alcuni, come lo storico Canali, vedono in queste manovre di Mussolini solo una manfrina, una certa prudenza a causa delle imminenti elezioni, ma in realtà ritengono che il Capo del governo, avendo in ballo le tangenti della Sinclair, solo questo interesse sta perseguendo. Noi invece riteniamo che Mussolini, su questa questione petrolifera, sta seguendo un disegno politico molto più ampio, un silenzioso confronto anche con ambienti come la Commerciale con cui sta entrando in conflitto (come vedremo tra poco); le tangenti, se ci sono, come ci sarebbero in qualsiasi altro accordo del genere, sono del tutto secondarie, e non riguardano accaparramenti personali del Duce, ma semmai per personaggi del partito e del governo.

[E’ incredibile che il Canali non affronti il problema delle ingerenze vampiresche dell’Alta Banca con cui Mussolini deve fare i conti. Si vedano tutte le volte che nei suo libro egli cita la Commerciale, e non si troverà un sospetto, una critica, anzi. E questo fa il paio con il ruolo della Massoneria. Eppure Finanza e Massoneria, sono al centro del delitto Matteotti, ma si sa, il Canali ha cancellato gli aspetti politici di quel delitto e per quelli finanziari contano solo le presunte tangenti di Mussolini]

Comunque, a gennaio dello stesso 1924, dopo la costituzione di una nuova società petrolifera, la SAPER, in comune tra la Commerciale e la Standard Oil e dopo le sue richieste di esplorazione di terreni in Sicilia, il ministro dell’Economia Nazionale Corbino aveva fatto presente alla Commerciale che sul territorio siciliano vi erano già in atto trattative per la richiesta di un accordo con la Sinclair Oil. Il 22 febbraio però Corbino annunciava al senatore Cremonesi della Saper l’interruzione di queste trattative con la Sinclair, facendo anche capire che egli intendeva abbandonare il progetto in atto. Una nota scritta, sicuramente da Toeplitz, indicava che tutto lasciava prevedere il buon esito, per la Commerciale, per le richieste Saper.

Proprio alla fine di febbraio e i primi di marzo però si viene anche a sapere che il Capo del governo è intenzionato a chiudere gli accordi con la Sinclair.

Ed infatti Mussolini era risoluto a portare a termine queste trattative, anche se si vedrà costretto, in prossimità delle elezioni del 6 aprile 1924, sotto l’offensiva della stampa, offensiva alla quale sicuramente la Commerciale ed altre compagnie petrolifere non erano estranee, a fermarle, per riavviarle poi con discrezione.

Un passo indietro per accennare che alla fine del 1923 anche la britannica Apoc, grazie ad un accodo con il Ministero delle Finanze, aveva rilevato a S. Sabba presso Trieste (proprio vicino ai depositi della Standard Oil), i depositi cisterna di una ex società austriaca e quindi al fine di operare nel mercato italiano, costituì la Benzina Petroleum società mista con capitale anglo italiano.

La concorrenza tra la britannica Apoc e la Standard Oil, con il nuovo anno 1924 si annunciava quindi più acuta e molti ritengono che alla Standard Oil, proprio per tenere fuori dalle ricerche sul nostro territorio i rivali, poteva tornargli anche utile la Convenzione che stava perseguendo la Sinclair con il nostro governo.

E qui accadde un fatto difficilmente inquadrabile, se non per congetture.

Come abbiamo accennato la Standard Oil, dopo aver rinunciato a presentare sue richieste di concessioni, si era associata a gennaio con la Banca Commerciale, costituendo una nuova società petrolifera, la Saper.

Nei mesi caldi che precedono l’accordo con la Sinclair Oil vedremo anche uno strano ripensamento del ministro Corbino sull’accordo stesso, strano ripensamento nel quale noi ci vediamo lo zampino dalla Standard Oil e della Commerciale, ma è difficile individuarne la strategia precisa.

[Una domanda: se, come si dice, dietro la Sinclair vi è la Standard Oil, e se come molti attestano il ministro Corbino, ha anche preso tangenti dalla Sinclair, perchè ora lo stesso, ha un ripensamento? Ergo tutta questa faccenda è molto più complessa]

Fatto sta che resa nota ad aprile la prossima firma del decreto legge che assicurava alla Sinclair il monopolio sulle ricerche petrolifere in ampie aree del nostro sottosuolo (Emilia Romagna e Sicilia), la Standard Oil, tramite i dirigenti della Siap, inviarono un telegramma a Roma a Filippo Cremonesi, presidente della Saper, affinché si attivasse per bloccarne la firma.

Al contemp0 l’amministratore delegato della Commerciale, Toeplitz, spediva un telegramma di protesta a Mussolini, in visita in Sicilia con il quale si lamentava degli accordi con la Sinclair che assicuravano a questa compagnia il monopolio delle esplorazioni nel nostro sottosuolo, senza esser stata messa in concorrenza con la proposta Saper.

Sembra poi che la Standard Oil, dal marzo 1924, dopo che la Sinclair oramai aveva idealmente raggiunto l’accordo per la Convenzione, aveva cercato forti contatti nel nostro governo, tramite Filippo Filippelli del Corriere Italiano.

Risulterebbe poi che tramite tal Francesco Terrizzani, amministratore della Siap (Standard Oil) e della Saper (Standard Oil e Commerciale) e dopo incontri con Cesare Rossi, capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio e Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, venne versato del denaro, con una prima rata di un milione di lire, nelle casse di Filippelli, per la buona riuscita di “concessioni petrolifere”.

Il quesito che nasce, porta ad domanda: se oramai la Concessione alla Sinclair aveva monopolizzato lo sfruttamento dei terreni della Sicilia e della Romagna, quale altra concessione veniva ora a pagare la Standard Oil?

La difficoltà di rispondere esattamente a questa domanda porta ad una congettura: non è che per caso quel milione riguardava invece la buona riuscita degli accordi con la Sinclair, confermando che dietro questa c’era la Standard Oil? E nel caso la Standard Oil avrebbe anche fatto un certo doppio gioco con la Commerciale, ma quale necessità poteva avere per farlo?

A questa congettura se ne aggiungeva un'altra. Quel milione restava al Filippelli e il suo Corriere Italiano, o veniva in buona parte dirottato al Popolo d’Italia di Arnaldo Mussolini?.

A nostro avviso, congettura per congettura, noi riteniamo che la Standard Oil, valutando realisticamente la situazione, prendendo atto della volontà governativa di arrivare alla Convenzione con la Sinclair, dopo aver cercato, anche con la Saper (e quindi la Commerciale), di entrare in concorrenza, abbia fatto una scelta strategica, ovvero considerando preminente di chiudere il mercato italiano alla potente rivale britannica Apoc, ha ritenuto confacente o non pericolosa la Convenzione appena raggiunta dalla Sinclair Oil, ben sapendo che questa compagnia minore, in qualche modo può sempre controllarla attraverso le fonti finanziarie, banche Morgan e Rockefeller che la sostengono.[viii]

E’ da questo momento quindi che si può ritenere che la Sinclair Oil torna confacente anche alla Standard Oil la quale poi finirà per fagocitarla del tutto. In questo campo, del resto, guerre, scontri, accodi, rinunce e nuove strategie, si susseguono a ritmi vertiginosi.

Altrimenti bisognerebbe considerare che la Standard Oil ha fatto un doppio gioco con la Commerciale, un doppio gioco dai fini incomprensibili e contro una sua vecchia e attuale partner in diversi affari e interessi, il ché ci sembra alquanto improbabile.

Ma in sostanza, quale erano i veri fini dell’operato di Mussolini, nel privilegiare gli accordi con la Sinclair, che per quanto sia non crediamo erano finalizzati al procacciarsi tangenti, ma erano complementari ad un più ampio gioco politico e di potere e a noi danno oggi la precisa impressione che Mussolini con la sua politica, i suoi equilibri, le sue iniziative, fosse seduto ad un delicato e pericoloso tavolo da gioco, con amici, comprimari, nemici giurati ed avversari. Un roulette russa che poi con il caso Matteotti gli esploderà in faccia e per chi guarda da di fuori, può dare la sensazione della sua complicità nel malaffare.

[In queste storie, bisognerebbe anche considerare un aspetto mai sufficientemente appurato, ovvero l’influenza sotterranea di Casa Savoia nell’appoggiare la Sinclair Oil. Molti ne hanno parlato, sostenendo che il vero scandalo lo paventava il Re. Prove tangibili in questo senso non si sono trovate, poi storici come il Canali hanno ripiegato sulle “tangenti” di Mussolini].

Ma Mussolini per mantenere il potere, da una posizione di debolezza rispetto ad altre forze ben più potenti, doveva pur destreggiarsi, doveva o no dividere gli avversari e appagare certi appetiti?

Era un caso che Giorgio Cavallotti anche dalle pagine del “Nuovo Paese” di Bazzi sparava a zero contro la Convenzione con la Sinclair, tanto da destare anche l’interesse di Matteotti (lo aveva rivelato Nino Ilari un redattore del giornale e amico di Matteotti) oppure era il sintomo che c’erano in gioco anche altri interessi? Stiamo infatti parlando del “Nuovo Paese”, un giornale meno legato al fascismo rispetto al Corriere Italiano, ma a specchio di questo con le stesse funzioni di promuovere o sostenere grossi interessi e con tanto di direttore massone, grande amico di Cesare Rsosi, distintosi in molti traffici durante la guerra assieme all’ ineffabile Pippo Naldi e anche dopo con la faccenda dei residuati bellici.

Comunque sia, finalmente, il 29 aprile ’24 erano stati firmati gli accordi con la Sinclair che due giorni dopo furono approvati dal Consiglio dei Ministri e il 4 maggio il Re firmava i relativi decreti legge.

La Convenzione con la Sinclair Oil gli concedeva per i primi 3 anni il monopolio esclusivo della ricerca di oli minerali, gas naturali ed idrocarburi, in regioni considerate geologicamente promettenti, come la Sicilia e l’Emilia per 75 mila chilometri quadrati di territorio, un quarto di quello nazionale.

Delle clausole consentivano alla società americana di disporre di quel territorio e quindi di impedire che altre compagnie facessero ricerche nelle aree promettenti per 10 anni, al termine dei quali la compagnia doveva indicare un area più ristretta in cui avviare la produzione per tutta la durata della Convenzione che era di 50 anni.

Anche le agevolazioni fiscali erano molto estese.

Abbiamo rievocato queste vicende per evidenziare che, a nostro avviso, l’ipotesi di un coinvolgimento nel malaffare da parte di Mussolini resta solo una congettura, mentre invece gli interessi di casa Savoia restano occultati.

Ogniuesta Ogni OO ipotesi, infatti, resta pur sempre avvolta in una situazione molto complessa dove non si hanno assolute certezze sui segreti accordi e controlli azionari della Sinclair Oil e sui veri rapporti di forza internazionali al tempo (1923 /’24) esistenti nel campo petrolifero e in rispetto al nostro paese.

Per sintetizzarla qui, l’ipotesi che tira dentro il giro delle tangenti Mussolini in persona,[ix] parte dal presupposto che nel nostro mercato petrolifero, la britannica Anglo-Iranian Oil Company, Apoc, in concorrenza con la Standard Oil, trovò che il nostro ambasciatore a Washington Gelasio Caetani, si fece portavoce di altra azienda statunitense, la Sinclair Oil, azienda minore, ma già coinvolta e condannata nel 1929 in uno scandalo negli Stati Uniti, e che si suppone agirebbe per conto della Standard Oil di John D. Rockefeller.

Fatto sta che il governo fascista si mette a trattare con la Sinclair Oil una Convenzione a costi complessivamente più onerosi di quelli che forse potrebbe avanzare la Compagnia inglese e che verrà invece approvata dal Consiglio dei Ministri dopo le elezioni dell’aprile 1924.

La Sinclair Oil, con questa Convenzione, ottenne così l’esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento di tutti i giacimenti petroliferi presenti nel territorio italiano, come in Emilia Romagna e in Sicilia e ampie esenzioni dalle imposte.

Insomma si era assicurata un vero monopolio.

Il tutto ruotava attraverso il sistema delle tangenti. In ballo c’era poi anche l’impegno verso un ente petrolifero statale – ergo, italiano – di non intraprendere trivellazioni nel deserto libico, colonia italiana.

I mediatori del governo italiano con la Sinclair furono politici del Pnf, imprenditori e diplomatici (i ministri dell’economia nazionale Orso Mario Corbino e dei lavori pubblici Gabriello Carnazza), molti con interessi personali anche in Sicilia e in America. Tra i mediatori, si afferma qui, vi sarebbe anche Filippo Filippelli con il suo «Corriere Italiano» il quale sarebbe legato ad Arnaldo Mussolini.

Logico, ne deduce, per esempio, Mauro Canali, che il governo britannico interpretò gli accordi fra il governo Mussolini e i nordamericani della Sinclair Oil come un attacco diretto ai suoi interessi e la stampa britannica, di ogni tendenza, protestò e si fece sentire.

Ed è qui che spunta Giacomo Matteotti segretario del PSU (il leader era Filippo Turati, fondatore del Psi) di casa in Inghilterra e molto vicino al Indipendent Labour Party, che era al potere (e aggiungiamo noi: tutto questo anche in virtù di qualche fratellanza massonica).

Durante il viaggio a Londra di aprile 1924, si suppone che Matteotti acquisì le prove della corruzione presente nell’affare Sinclair, o per lo meno informazioni che in parte erano già in suo possesso.

Canali indica che erano in progetto tangenti (nella accennata intervista ad Oggi parla di 40 miliardi di lire attuali (anno 2000), ma non si sa quanto doveva, di questa cifra, pagare la Sinclair) che dovevano finire anche ad Arnaldo Mussolini (pochi giorni prima della stipula della convenzione, dicesi ricevette una prima rata pari a un milione di lire, a cui ne sarebbero dovute seguire altre dalla Siap, filiale italiana della Standard Oil, filtrate attraverso il Corriere Italiano).

A prescindere da questa ipotesi, che a nostro avviso è costituita da una serie di congetture, il problema vero di tutto questo è, in ogni caso, quello di stabilire chi effettivamente sarebbe stato colpito e danneggiato dalle denunce e rivelazioni alla Camera da parte di Matteotti, perchè in ballo, oltre a vari ambienti e potentati economici, c’era anche il Re Vittorio Emanuele III, e i suoi impegni a mantenere celati i giacimenti in Libia, oltre agli affari sulle case da gioco, e altro ancora, con in primo piano gli interessi della Banca Commerciale.

Storici e giornalisti storici che seguono le tesi del Canali, attestano che presero tangenti dalla Sinclair i ministri Gabriello Carnazza dei Lavori Pubblici, e Orso Mario Corbino, entrambi massoni di Piazza del Gesù.

Noi riteniamo che solo chi temeva direttamente e personalmente certi scandali e il delinearsi di politiche non favorevoli per il futuro, come per esempio un governo aperto ai socialisti moderati, con tanto di riavvicinamento alla Chiesa e non vedeva possibilità di parare il colpo, poteva giocare il tutto e per tutto e arrivare al rapimento e alla soppressione di Matteotti.

Oltretutto se Matteotti aveva veramente avuto delle documentazioni scandalistiche a Londra, queste non potevano che coinvolgere il Re, non certo le tangenti girate in Italia per l’affare Sinclair.

Per la cronaca dopo l’omicidio Matteotti, con feroci campagne di stampa che ponevano il problema del dubbio su chi c’era dietro la Sinclair Oil, la famigerata Convenzione con la Sinclair, firmata il 29 aprile 1924 non ebbe mai attuazione.

Mauro Canali sostiene he Mussolini cercò di procedere oltre e anche Jung era intenzionato ad attuare gli accordi e fino alla imminenza del dibattito parlamentare di novembre, Cesare Nava il ministro che veniva dai Popolari e che dal 1 Luglio è succeduto a Corbino (lo steso 1 luglio lasciò il Ministero dei Lavori Pubblici, anche il Carnazza) era ben deciso a sostenere questi accordi, alla fine il Duce si dovette arrendere e il progetto venne abbandonato.

Come testimoniò un anziano Dino Grandi, negli anni ‘80 a Marcello Staglieno, Mussolini ritenne coinvolto nel malaffare Sinclair il ministro Orso Mario Corbino, magari innocente per l’assassinio di Matteotti e lo fece dimettere.

E’ possibile che il Duce volle, nonostante tutto, procedere nel suo progetto petrolifero (non certo per le tangenti), ma è anche vero che il 20 novembre 1924 incaricherà una Commissione che, valutati attentamente i termini dell’accordo con la Sinclair, determinerà il fato che il 4 dicembre 1929 Mussolini emanò un comunicato nel quale si dichiarò “personalmente contrario alla ratifica della Convenzione Sinclair”.

Il rappresentante in Italia della Sinclair, Wulkoff, si mostrò particolarmente colpito dal cambiamento di Mussolini ed ebbe anche ad esprimere all’ambasciatore britannico a Roma, il sospetto che dietro questo ripensamento c’era stato l’intervento inglese.

Alla fine del gennaio 1925 la Sinclair Oil ricevette indietro la cauzione di un milione di lire che aveva versato, ma perse tutte le spese che aveva affrontato fino a quel momento. Provò a richiedere questo risarcimento, ma trovò un fermo rifiuto e tutto finì lì.

 

 

Mussolini come Al Capone

 

 Tutte le vicende dell’epoca attestano che Mussolini non poteva essere stato il mandante del delitto Matteotti, che anzi quel delitto lo danneggiava enormemente, molto più di una ipotetica denuncia per presunte tangenti; che l’attitudine di potere del Duce, il suo dirigismo nella prassi governativa dava enormemente fastidio a certi “poteri forti” , questi si che invece hanno interesse a tacitare Matteotti la cui scomparsa non li danneggia, ma li agevola; che il Duce, non a caso, si è rimangiato certe promesse che aveva fatto all’Alta Banca che lo aveva finanziato fino alla marcia su Roma, come quelle di creare uno Stato non ferroviere, non postelegrafonico, ecc., quindi uno Stato totalmente liberista, ingolosendo gli interessati alle “privatizzazioni” e invece ora mira a rafforzare lo Stato, a riportare gli interessi privati sotto l’interesse pubblico, e così via.

Il Canali al movente vi aggiunge anche una presunta inclinazione omicida di Mussolini ripetendo spesso che Mussolini sarebbe il responsabile e il mandante delle aggressioni ad Amendola, Forni, Misuri, Gobetti, l’assalto alla casa di Nitti, ecc.

Non è sempre così (oltretutto ordinare una spedizione punitiva non equivale ad ordinare un omicidio a freddo), ma ammettiamolo pure e magari per tutti costoro, ma consideriamo che in quel periodo la politica si faceva anche con la violenza. Del resto, per i socialisti, che nel famoso biennio rosso, 1918 /’20, attuarono in Italia un violento tentativo sovversivo, chi ne era responsabile, chi ordinava le azioni violente?

Uno “storico” veramente singolare questo Mauro Canali, visto che costruisce un vero teorema, al pari di un giudice inquirente, laddove prima interpreta la eventuale tangente, l’eventuale finanziamento, da lui scoperto, come un interesse privato dei Mussolini (in primis il fratello Arnaldo) e quindi trasforma, questa che è più che altro una sua congettura, in un movente, laddove asserisce che Matteotti, sarebbe a conoscenza di questi scandali e li sta per denunciare.

Che Matteotti intendeva denunciare il malaffare sul petrolio e per il gioco d’azzardo (e non si sa fino a che punto e in che termini lo avrebbe denunciato), è indiscutibile, ma che Matteotti voleva chiamare in causa personalmente Mussolini non risulta da nessuna parte.

E quindi il Canali, presumendo di avere il movente, indica anche il mandante dell’omicidio di Matteotti, incurante del fatto che poi questo “mandante”, cioè Mussolini, prima, durante e dopo il delitto da lui ordito si comporta come un imbecille, invece di crearsi un alibi, sbraita in pubblico contro la imminente vittima.

Strabiliante poi che il Canali in questo suo “teorema”, tutto preso a scoprire tangenti e il movente di Mussolini nel delitto, non trovi spazio per analizzare il ruolo malefico della Massoneria, Lobby a cui sono praticamente iscritti tutti gli implicati in questo delitto;

né quello della onnipotente Banca Commerciale di Toeplitz che, di fatto, sottintende, per suo esclusivo interesse, a buona parte della finanza nazionale e che ad un certo momento va in collisione con la politica del capo del governo con tutte le conseguenze immaginabili.

Ma ci sono anche personaggi, come Aldo Finzi, Filippo Filippelli, soprattutto Filippo Naldi (un uomo che traffica svolazzando dalla prima alla seconda guerra mondiale e anche oltre, svolgendo importantissimi compiti e maneggi politico finanziari) tutti personaggi legati alla Commerciale e implicati con gravi sospetti nell’affaire Matteotti.[x]

Il Canali, invece, ignora quasi completamente gli aspetti politici del tempo, le reazioni che si possono determinare nel mondo politico dalle intenzioni di Mussolini di aprire ai socialisti moderati e alla Chiesa, in particolare tra le forze conservatrici che hanno appoggiato il fascismo e le lobby massoniche che oramai vedono nel fascismo un pericolo alla loro esistenza; sorvola sulle reazioni degli ambienti speculativi, soprattutto quelli della finanza, che non sopportano più la conduzione dirigista del governo da parte del Duce; “ignora” che c’è tutto un fermento nel fascismo, dai “revisionisti” a certi giornali apparentemente filo fascisti e a suo supporto finanziario, ma in realtà legati a doppio filo con l’alta Banca, che stanno facendo un gioco sporco contro Mussolini; liquida come fantasie le rivelazioni di Carlo Silvestri che ha potuto consultare determinate documentazioni, guarda caso sparite, che scagionano Mussolini dalle responsabilità del delitto; non considera tutti gli elementi che stanno ad indicare chiaramente che Mussolini non può aver avuto alcun interesse ad ammazzare Matteotti, ma lui decide che questo interesse è nella tangentopoli dell’epoca impiantata da Mussolini e messa in pericolo dalle rivelazioni del segretario dei socialisti, e su questa supposizione pretende di risolvere un delitto complicato, di portata storica, con interessi di vario genere, anche internazionali e conseguenze, tra l’altro, tutte devastanti per il governo di Mussolini.

E in ogni caso, come presupporre, ammesso e non concesso, che Mussolini avesse avuto paura di eventuali denunce di Matteotti alla Camera e quindi decida di risolvere il problema con il mezzo, l’assassinio, più pericoloso e deleterio per lui, e non invece di confutarlo, di negarlo, di batterlo sul terreno a lui più consueto quello della abilità dialettica, del carisma, della forza che gli conferiva una inattaccabile maggioranza al parlamento?

Oltretutto era improbabile che Matteotti pubblicasse documenti “esplosivi”, tali da non poter essere confutati e discussi da un capo del governo, tanto è vero che poi questi “documenti esplosivi” nessuno li ha mai tirati fuori! E semmai ci fossero stati, non potevano di certo essere in mano solo a Matteotti, il che fa presumere che in quella uccisione non c’era solo un aspetto affaristico, ma anche politico.

Nel suo teorema, infine, il Canali deve supporre che Rossi (capo ufficio stampa di Mussolini), Marinelli (segretario amministrativo del Pnf) i due che dirigevano informalmente la Ceka, ovvero il gruppetto dei rapitori, e ci mette anche il Fasciolo (segretario e stenografo del Capo del governo), sono direttamente implicati nella organizzazione delittuosa, e questo perchè ovviamente Mussolini non avrebbe potuto dare lui stesso certe direttive ai sicari.[xi]

In sostanza: abbiamo l’asserzione di tangenti a Mussolini basata su congetture interpretative di certe documentazioni;

un movente basato sulla supposizione che le denunce di Matteotti potessero gravemente danneggiare Mussolini tanto da doverlo far eliminare;

un ordine omicida che non si può dimostrare ma si dedurrebbe dalla congettura che gli organizzatori del delitto siano Rossi e Marinelli e il Fasciolo, tutti stretti collaboratori del Duce che non potevano aver agito di loro iniziativa all’insaputa di Mussolini e quindi il vero mandante è Mussolini.

  

Da storico attento, quale del resto è, il Canali avrebbe dovuto rendersi conto che il delitto Matteotti e le circostanze che lo precedettero, erano una questione di “affari”, ma anche “politica“ in un certo contesto storico.

Per prima cosa avrebbe dovuto valutare la figura di Mussolini, che non risulta un santo, ma neppure un freddo assassino,[xii] ma un rivoluzionario, di stampo “politico”, uso a prediligere i mezzi della politica per prendere e difendere il potere e in questi mezzi c’è anche l’uso di una certa violenza.

La storia insegna che il potere rivoluzionario si prende con la forza e si difende con la forza e questo spesso comporta lo spargimento del sangue e i plotoni di esecuzione, ma forse dimentico di questo il Canali scrive:

«Che senso ha allora pretendere la presenza di una razionalità e ragionevolezza tattiche nell’azione politica di Mussolini, se essa era già dominata e guidata da un progetto politico che se ancora non ben definito , prevedeva in definitiva la liquidazione delle opposizioni e del garantismo legislativo liberale?».

Ma lo storico lo sa come regolarono il potere e liquidarono le opposizioni interne Stalin o Hitler, tanto per stare a quei tempi o come lo regolano nei paesi democratici, dove è di prassi l’omicidio mirato, la strategia della tensione e lo stragismo?

Non insegna forse la storia che la “guerra”, sotto varie forme, è “la prosecuzione della politica con altri mezzi” e fa parte dell’archetipo umano?

In definitiva, se non fosse per l’importanza cha assunto il testo del Canali, uno storico di spessore, non ci sarebbe neppure bisogno di confutarlo visto che gli elementi a carico di Mussolini, sono congetture su alcune documentazioni e ipotesi, sia pure intelligenti e ben sviluppate, ma spesso basate su testimonianze e particolari, di dubbia interpretazione o contraddetti da altre testimonianze, ma tutte, nel complesso, lasciano a desiderare.

Si dovrebbero opporre testimonianze e particolari dubbi, ad altri forse ancora più dubbi, ma non è il caso.  

 

 

Il personaggio Mussolini

 

 Per la verità Mussolini, “rivoluzionario politico”, rispetto ad altri rivoluzionari, ha utilizzato, tra l’altro al minimo possibile, l’uso della violenza (spedizioni punitive, manganellate e olio di ricino), consistendo i suoi mezzi principali in quelli “eterni” della politica nei quali era maestro insuperabile, ovvero dividere e scompaginare i nemici con accordi e mediazioni,[xiii] convincere ed entusiasmare, adulare e minacciare, ricattare, promuovere e blandire, cinismo e magnanimità, ed inoltre il controllo delle delazioni e la corruzione, con l’uso dell’Ovra che aveva a libro paga quasi tutto l’antifascismo (soprattutto quello fuoriuscito, ma anche quello rimasto in Italia) e via dicendo. Niente di diverso da tutti i grandi politici.

Ed anche, quando necessario, violente aggressioni, seppur non numerose, a nemici particolarmente pericolosi. Una violenza che del resto, come accennato, avevano anche usato i suoi avversari. E ancor peggio la useranno nelle radiose giornate del 1945 con le vere e proprie mattanze contro i fascisti e presunti tali!

Anzi era proprio il mancato uso di una violenza più risolutiva, specialmente contro i traditori, che gli veniva rimproverato dai camerati più decisi e che poi portò il fascismo a finire come era finito il 25 luglio del 1943.

Durante la guerra civile ’43 – ’45, innumerevoli furono gli antifascisti, compresi quasi tutti i capi della Resistenza, salvati da Mussolini, il quale firmava ogni specie di grazia gli venisse sottoposta.[xiv]

Questo in linea di massima era l’uomo, che per l’analisi e l’inchiesta sul delitto Matteotti, che qui ci interessa, non deve né piacere, né non piacere, ma che considerandolo nel suo più che ventennale periodo di governo, non dimostra di essere un sanguinario e praticare il potere per il potere o peggio l’interesse privato.

Si può avversare irriducibilmente e non condividere in toto il Fascismo, la sua politica, ma dietro Mussolini, nel bene o nel male, volenti o nolenti, si deve riconoscere che c’era una sua visione della vita e del mondo, un progetto rivoluzionario, anche se poi era incline a mediare ed essere pragmatico, e traspariva evidente che in questo progetto c’era il desiderio di realizzare una società socialista (non marxista e realizzata nella nazione), innalzare gli italiani e di fare dell’Italia almeno una media potenza in Europa e soprattutto indipendente.

Viceversa non si sarebbe giocato tutto, vita compresa, con la guerra.

Se il Canali avesse valutato l’uomo e il contesto storico in cui era costretto ad agire ovvero una nazione dove il potere era più che altro nelle mani della Monarchia e dell’Esercito, della Chiesa (aveva una parrocchia in ogni paese), della Confindustria, della Finanza massonica legata ad interessi extranazionali, ecc., avrebbe compreso che il delitto Matteotti, pur restando un delitto, che la pratica delle tangenti e la stessa Ceka, pur restando un qualcosa di oltremodo illegale, sono tutti avvenimenti di un particolare periodo storico e legati allo scontro di potere in atto.

E tutto questo non può essere giudicato solo con canoni morali come in un contesto storico ”normale” e comunque non può utilizzarsi, attraverso congetture, per stabilire che Mussolini è il mandante del delitto Matteotti. Solo fissandosi ed esagerando sul fatto che Mussolini usa anche la violenza per la sua politica (detto per inciso, senza voler scandalizzare: come ovvio che sia in quel periodo!), per prendere il potere per via rivoluzionaria e poi difenderlo, il teorema di Canali può apparire convincente: “Mussolini compie azioni violente e illegali, il rapimento di Matteotti è violento e illegale, ergo Mussolini ha fatto anche uccidere Matteotti”.

Ma tutto questo non viene avvertito dal “teorema” del Canali, anche perché la parte “politica” è stata da lui talmente sminuita da non esistere.

Quando invece gli aspetti politici, ovvero il modus operandi di Mussolini nel regolare amici fascisti e opposizioni, poteri forti, ecc.,

realizzare un progetto politico, l’unico che gli può dare soddisfazione ideologica e garantirgli la saldezza del governo, ovvero aprire ai socialisti, sono importantissimi aspetti che contribuirono a scatenare il delitto Matteotti.

Ma si sa, per il Canali, Mussolini, praticamente è un gangster e quindi la sua “politica”, è solo finzione, tattica funzionale ai suoi disegni criminosi.

Un vero “teorema”, tutto incentrato sul postulato che Mussolini è un assassino e un tangentista, mandate dell’omicidio Matteotti e di conseguenza ogni aneddoto, ogni testimonianza, ogni illazione viene piegata o interpretata a conferma perché, a nostro avviso, non scaturisce dall’inchiesta e dalla analisi dei fatti, ma proprio come un postulato, senza essere dimostrato, li precede e li elabora di conseguenza.

Ci sorprende che uno storico come Mauro Canali non abbia decifrato la personalità e la politica di Mussolini, che non sono identificabili con il malcostume tangentista con il quale, però, all’epoca pur ci doveva convivere.

Nessuno contesta che Mussolini, da rivoluzionario, abbia fatto uso della violenza (e qui ci sta anche la Ceka), per prendere il potere e poi difenderlo, ma questo non lo fa automaticamente autore di un ordine omicida (ben diverso da un ordine per una spedizione punitiva) che condanna a morte Matteotti.

Ma oltretutto, l’Affaire Matteotti non è decifrabile senza analizzare il contesto politico, perché la sentenza di morte per il deputato socialista nasce dal pericolo che Matteotti possa denunciare certi scandali e rovinare grossi interessi, ma è accentuata dal desiderio di defenestrare un Capo di Stato scomodo, che intralcia certi poteri dell’Alta Banca e del mondo massonico.

In pratica avviene che gli organizzatori di questo omicidio, tutti con la tessera massonica in tasca, hanno anche potuto sfruttare un certo “umore” che vi era tra il Viminale e Palazzo Chigi, dove si utilizzavano gli uomini della Ceka per spedizioni punitive ed altre azioni del genere a cui Mussolini non era estraneo.

Da tempo inoltre Matteotti era fortemente inviso sia a Mussolini che al suo entourage. Per Mussolini vi era un astio particolare, determinato dal fatto che Matteotti gli rifiutava ogni approccio sottobanco di apertura del governo ai socialisti, ma anche perchè psicologicamente si rendeva conto che molte accuse di Matteotti erano veritiere.

Forse, dopo il forte discorso antifascista di Matteotti del 30 maggio ’24, Mussolini, a caldo, ha anche accarezzato l’idea di fargli dare una lezione, ma come intuì perfettamente Renzo De Felice, non era stupido e deve essersi subito reso conto che non era proprio il caso, tanto è vero che con il suo discorso di replica del 7 giugno, Mussolini non solo ribaltò la situazione a suo vantaggio, ma avanzò anche alcune offerte ai socialisti (“io non respingo nessuno”) che volessero collaborare al governo.

Ma intanto nel suo entourage, quello che oltretutto dispone della Ceka: i Marinelli, i Rossi, i De Bono, i Finzi, e anche soggetti estranei a questi uffici, ma a loro attigui, come Filippelli, vi è a disposizione un alibi per un’azione contro Matteotti, facendo credere agli esecutori della Ceka, che la vuole Mussolini.

E in questo entourage c’è chi si mette a disposizione, verso i mandanti che vogliono far fuori Matteotti e ridimensionare Mussolini. Forse è il solo Marinelli che mette in atto intenti omicidi verso il parlamentare, qualcun altro, magari intuisce qualcosa e cerca di trovarsi un alibi, qualcuno è colluso con quell’ambiente politico che vuole ridimensionare Mussolini, altri invece non sanno nulla o non si rendono bene conto di quello che sta maturando e che potrà travolgerli e così il meccanismo si mette in moto inesorabile.

 

 

“Prove” colpevolezza di Mussolini

 

 L’autore, come la stessa presentazione del suo libro cita, pur dovendosi arrendere alla evidenza che «la prova provata, il documento, l'ordine scritto che faccia risalire a Mussolini la responsabilità del delitto Matteotti, non c'è e forse non ci sarà mai» ha cercato però di forzare ogni prova indiziaria per un Mussolini corrotto e mandante dell’omicidio e nel suo testo, estendendo la prova documentata di un preciso “ordine” a quella più elastica e sfumata, ma dal sottinteso equivoco di “responsabilità”, ha scritto:

«I documenti fino ad oggi noti che chiamano apertamente in causa le responsabilità personali di Mussolini nel delitto Matteotti, sono il testamento “americano” di Dumini… il memoriale scritto da Rossi in Francia per Salvemini e le due lettere di Dumini a Finzi, una del 24 e l’altra del 28 luglio, 1924».

Ebbene, a parte che quel “chiamare direttamente in causa” è alquanto indefinito, vediamo questi documenti citati dall’autore:

·         Il “testamento americano” del reiterato bugiardo Amerigo Dumini.

Questo documento o “lettera” del Dumini, il capo del gruppetto di rapitori, detto la Ceka, chiama in causa Mussolini “per sentito dire”, perché il Marinelli, dice Dumini, che gli commissiona l’azione delittuosa contro Matteotti, gli avrebbe detto che è voluta da Mussolini e lui riteneva, che era in relazione al fatto che negli ambienti fascisti “si dava per certo” che Matteotti avrebbe portato alla Camera un offensiva accusatoria sulla faccenda del petrolio che avrebbe coinvolto Arnaldo, il fratello del Duce. Quindi stiamo al “sentito dire”.

Si dice che questa lettera venne sequestrata, con un fascicolo che Mussolini aveva con sè a Dongo, consegnata agli Alleati e ritrovata molti anni dopo (nel 1986 quando quei documenti, negli Usa, erano stati desecretati) nei National Archieves di Washington.

Evidenti le contraddizioni: Mussolini, giunto all’epilogo, che si porterebbe dietro un documento per lui compromettente e gli Alleati, una volta avutolo, non lo utilizzano per denigrarlo, ma lo lasciano giacere in un Archivio.

Qualcosa stride, e occorre anche ridimensionare quella che è una delle tante versioni di Dumini, confezionate per vari scopi tutti a suo uso e consumo, e semmai considerarla facente parte di qualche fascicolo messo insieme da Mussolini (ovviamente smembrato e sottratto!) e che letto nel complesso, poco ma sicuro, attestava ben altro che la sua responsabilità.

Sarebbe assurdo presupporre che Mussolini si porti dietro una prova contro sé stesso, senza allegarvi tutte le documentazioni che la inficiano.

Ma le vicende delle documentazioni di Mussolini che lo scagionano rispetto al delitto Matteotti, fatte sparire, le riprenderemo più avanti parlando di Carlo Silvestri.

Su questo “memoriale americano” del Dumini (riportato nel 1986 dalla rivista “Il Ponte”: Il Memoriale Dumini. Contributo alla storia del fascismo: il delitto Matteotti, dopo averlo ritrovato nei National Archives di Washington, [xv] ci sarebbe da scrivere un intero trattato a cominciare dal fatto che venne sicuramente “purgato” dagli americani, i quali, guarda caso non intesero utilizzarlo per denigrare il Duce.

Il fatto è che questo memoriale ì tutto uno spasso, laddove un inattendibile Amerigo Dumini, cerca, goffamente , di edulcorare la sua persona e le sue vicende.

Basti pensare che nel memoriale il Dumini che, ricordiamo, veniva chiamato “il signor omicidi”, perché si vantava dei suoi delitti, ora si dipinge un pentito in cerca dell’oblio per espiare il suo folle gesto che però a suo tempo fu forzato a compiere dal Giovanni Marinelli, visto che lui, dice, pur non avendo materialmente commesso il delitto, si sente però responsabile della morte della povera vittima.

Oltre che di scarsa credibilità quindi esso costituisce solo una prova indiretta e per sentito dire della colpevolezza del Duce, ma allo stesso tempo per le sue assurdità e contraddizioni costituisce anche un ridimensionamento di buona parte di quello che si era precedentemente montato per le versione di un Mussolini mandante del delitto. Forse è per questo che gli autori “colpevolisti” tendono a pubblicarne solo gli stralci che gli interessano.

 

·         Il memoriale di Rossi, del 1927, citato dal Canali venne scritto in Francia da Cesare Rossi tra confratelli massoni e antifascisti vari, durante il suo fuoriuscitismo.

Il Rossi accusa Mussolini per “responsabilità morali” nel delitto, perché quelle azioni, quella prassi violenta del tempo l’aveva voluta il Duce, quindi per le male azioni della Ceka il gruppetto dei rapitori di Matteotti, ma non attesta che Mussolini abbia dato direttamente l’ordine di rapire Matteotti. Quindi come “prova” è del tutto fuori luogo.

 

·         Le lettere di Dumini a Finzi, infine, sono opera di un soggetto in quel momento carcerato e avvelenato in quanto si sente abbandonato, e quindi uso ad utilizzare ogni arma ricattatoria per uscir fuori da quella scabrosa situazione.

In una, quella del 24 giugno ‘24, egli fa notare che “fino a quel momento non ha compromesso nessuno”, né del Viminale, né di Palazzo Chigi, ma era tuttavia in possesso di documenti scottanti per il governo fascista.

Un accusa generica, che abbraccia un vasto campo di situazioni, diciamo “illegali”, che chiamerebbero in causa De Bono e lo stesso Finzi per il Viminale e Mussolini e Cesare Rossi per Palazzo Chigi, ma sono questioni e presunti documenti (che poi nessuno ha visto), che non è scritto riguardino un “ordine” omicida di Mussolini verso Matteotti, al massimo potremmo ritornare al suo “memoriale” nascosto in America: “Marinelli mi ha detto, ho ritenuto”, ecc.

Nell’altra lettera, invece, egli accusa De Bono il quale, rivela Dumini, che nel primo incontro, quando venne fermato la notte del 12 giungo, gli avrebbe detto: «Se ella sà qualcosa neghi, neghi, neghi, io voglio salvare il fascismo».

Quindi al massimo potrebbe riguardare le paure di De Bono, del possibile scandalo che potrebbe scoppiare per quella vicenda.

In tutto questo sporco affare, infatti, bisogna distinguere tra personaggi che possono aver inquinato prove, depistato o mentito e i veri responsabili del delitto, perché non è detto che chi ha cercato di salvare sé stesso, il governo, il regime o il fascismo lo abbia fatto perchè autore o organizzatore nell’omicidio di Matteotti.

Il Canali poi cita un'altra lettera del settembre 1924 ove il “disperato” Dumini , scrive al suo avvocato Giovanni Vaselli, più o meno così: “ma lo vuoi capire o no che di certe azioni (praticamente si riferisce alle aggressioni ad Amendola, Forni, Misuri, casa Nitti, ecc.) noi siamo solo esecutori di ordini e che gli stessi Rossi e Marinelli non fanno altro che riceverli dall’alto?”, intendendo che gli ordini vengono dall’alto, dunque da Mussolini.

Anche questa, per il Canali, sarebbe una prova, ma a nostro avviso non si può non considerare che si tratta di una supposizione generalizzata del Dumini, il quale a conoscenza da dove venivano certi ordini si è espresso in tal modo, ma estendere questa considerazione anche al delitto Matteotti è arbitrario, tanto è vero che Dumini, anche nel suo “memoriale” segreto americano, scriverà che l’ordine di rapire Matteotti gli venne da Marinelli il quale gli fece credere che veniva da Mussolini, e lui può solo presumere da dove veniva l’ordine di uccidere Matteotti. Tanto più che in quel delitto ci fu proprio chi approfittò di queste situazioni, questo andazzo violento dell’epoca, gli strali di Mussolini, per prendere autonomamente l’iniziativa omicida.

Insomma siamo in presenza di un sillogismo: siccome si ritiene che gli ordini di certe precedenti azioni violente (tra l’altro non ordini direttamente e specificatamente omicidi come quello per Matteotti, ma più che altro “spedizioni punitive”) venivano da Mussolini, ergo anche quello di Matteotti dovrebbe venire da Mussolini.

Che grado di scarsa credibilità abbia questo sillogismo è evidente a tutti.


 

 

Controdeduzioni di Mauro Canali

 

 Il Canali, forse conscio che nel suo teorema ci sono dei punti deboli, rispetto ad alcune situazioni che gli storici hanno sempre considerato a discarico di Mussolini, a tal proposito, si produce anche in alcune controdeduzioni.

·         Più che altro al Canali, preme sminuire se non misconoscere le testimonianze di Carlo Silvestri, raccolte negli anni, e la sua attestazione di un dossier Gatti – Bombacci sul delitto Matteotti.

Silvestri come noto ebbe modo, durante la Rsi, di visionare un certo “dossier” che Mussolini aveva fatto preparare a Nicola Bombacci e Luigi Gatti il suo segretario, e dal quale traspariva che autori di quel delitto erano stati certi ambienti putridi di affarismo corrotto.

Quel dossier “Bombacci – Gatti”, era trasportato in un baule zincato, su un camioncino che seguiva la colonna Mussolini in trasferimento la sera del 25 aprile 1945 verso Como. Rimasto in panne, venne poi razziato dai partigiani nei pressi di Garbagnate, con grande costernazione di Mussolini. Il contenuto di questo dossier, legato con nastrino tricolore, venne inventariato al CLN milanese, ma non tutto giunse in seguito agli Archivi di Stato. Bisogna anche segnalare che forse una parte di questo dossier era stata estrapolata e la portava seco Mussolini in una valigia, che poi gli venne requisita a Dongo il 27 aprile. In un caso o nell’altro, fatto sta, che la parte importante e decisiva del dossier Bombacci - Gatti è sparita.

·         Anche il vecchio progetto che stava a cuore a Mussolini quello di aprire a sinistra e far entrare nel governo alcuni socialisti e confederali,[xvi] progetto che contrasta nettamente con un Mussolini desideroso di assassinare Matteotti, viene ridimensionato dal Canali, di fatto ignorando tantissime testimonianze e attestazioni (anche da parte socialista), riportate anche da Carlo Silvestri e che lo stesso Renzo De Felice aveva sempre sottolineato. Per il Canali, si tratterebbe solo di espedienti tattici di Mussolini. In questo senso il Canali cerca di invalidare alcune delle testimonianze riportate dal Silvestri, per esempio quella di Umberto Poggi, di Aldo Finzi e di Italo Balbo, ma le sue contestazioni sembrano un arrampicarsi sugli specchi..

 

·         Altra importante osservazione da tanti espressa, quella dell’alibi di Mussolini ovvero del fatto che se egli fosse stato il mandante dell’omicidio di certo si sarebbe creato un alibi o comunque non sarebbe andato in giro a inveire contro l’imminente vittima, ha visto il Canali produrre le sue controdeduzioni.

 

·         Ed infine il Canali ha voluto dire la sua sul fatto che i familiari di Matteotti non hanno mai creduto alla colpevolezza del Duce.

Vediamo tutti questi aspetti.

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

·       

I documenti spariti

 

 Carlo Silvestri, socialista, firma autorevole del “Correre della Sera”, nel 1924 era stato il principale accusatore di Mussolini.

Con una serie di articoli sul “Corriere della Sera” e proseguiti poi sul cattolico “Il Popolo”, partendo dalla congettura, che Mussolini non poteva non sapere, Silvestri lo dipinse come il vero mandante del delitto. Entrò così nell’occhio del ciclone, perché i fascisti, passata la buriana, se la legarono al dito, e il Silvestri dovette subire tutte le persecuzioni, finendo al confino, e scontando la pena solo nel 1938. Furono forse le vecchie amicizie con Italo Balbo e con il federale milanese Mario Giampaoli, oltre ad una certa magnanimità di Mussolini verso vecchi amici, che gli evitarono guai peggiori.

Ma durante quegli anni aveva maturato molti dubbi e si era reso conto che le sue accuse non andavano oltre le congetture. Quando li espresse tra i suoi sodali, li preoccupò e questi pensarono bene di redarguirlo. Carlo Rosselli, per esempio, gli disse chiaramente che non si potevano avere scrupoli verso Mussolini.

E Silvestri tacque, proprio negli anni in cui un suo “ravvedimento” gli avrebbe procurato non pochi vantaggi.

Ma durante la RSI non si trattenne, incontrò Mussolini e chiarì tutta la faccenda. Per incontrare Mussolini, Silvestri aveva premesso che egli avrebbe fatto la parte di uno spietato inquisitore, ponendo al Duce ogni genere di domanda, di sospetto. E questi incontri avvennero, i più pertinenti tra febbraio e marzo 1945.

Nel dopoguerra antifascista Silvestri rivelò pubblicamente le sue considerazioni, ricavandone odio e disprezzo, se non peggio, dai suoi vecchi “compagni”, tanto più che lo fece in sede processuale a Roma.

Cosicché, durante la RSI Silvestri ebbe vari incontri con Mussolini e con Bombacci a Gargnano: Villa Feltrinelli, residenza del Duce o a Villa delle Orsoline il suo quartier generale, e da buon giornalista li stenografò.

Il dossier Gatti - Bombacci

 Nel corso del processo 1947 di Roma il Presidente del tribunale gli chiese: “Lei il dossier di Luigi Gatti lo ha visto?”

«Io devo dire che la frase “dossier” estremamente importante, fu una frase di Mussolini e di Gatti. In occasione di un viaggio a Genova compiuto nel periodo dei miei colloqui (Bombacci aveva parlato all’Ansaldo e poi ad una folla di 30 mila lavoratori in piazza De Ferrari, cercando di convincerli sulla sincerità delle intenzioni socialiste di Mussolini), Bombacci e Gatti avevano potuto rallegrarsi, di qualche nuovo spunto per le loro indagini.

Di ritorno Bombacci venne a trovarmi a Milano, avendo straordinariamente l’incarico di informarmi circa l’esito positivo di un mio intervento di Croce Rossa e mi disse di essere esultante per quegli elementi nuovi di cui le indagini si erano arricchite. E mi aggiunse:

«Purtroppo gli imputati non sono qui. Magari dopo essere stati manutengoli dei tedeschi saranno oggi al servizio degli inglesi o meglio ancora degli americani. Comunque ci sono dei nomi. Ma sino a quando Mussolini non mi autorizzi io non te li posso ripetere» .

Racconta il Silvestri:

«Neppure per un istante ho supposto che la documentazione da me esaminata fosse di pubblicazione postuma... Il mio esame non è stato nè sommario, nè affrettato... mi rimase affidata per un paio di giorni... ebbi anche agio di copiare qualcuno dei più rimarchevoli tra gli originali di Mussolini».

Silvestri al processo di Roma, con grande coraggio che gli fa onore, ebbe a premettere:

«Io mi rendo conto che se confermassi la mia vecchia deposizione, il caso Matteotti sarebbe facilmente risolto. I giornali del conformismo antifascista mi farebbero fare un figurone».

Ed infine, lui che era stato il massimo avversario del Duce, arrivando a pensare di “giustiziarlo” (e si era anche predisposto l’assassinio), disse:

«Signori della Corte, ho deciso di venire qui, dinanzi alla Maestà della Giustizia per dire in piena coscienza che se noi, nella seconda metà del giugno 1924, avessimo giustiziato Benito Mussolini come responsabile, come mandante, come comunque coinvolto nel delitto Matteotti noi non avremmo commesso un atto di giustizia, ma avremmo compiuto un delitto ! ».

Mussolini nel 1945, tra le altre cose, gli aveva fatto questa confessione:

«Il più grande dramma della mia vita si produsse quando non ebbi più la forza, non potendo fare appello alla collaborazione dei socialisti, di respingere l'abbraccio dei falsi corporativisti, che agivano in verità come procuratori del capitalismo, il quale voleva abbracciare il corporativismo per poterlo meglio soffocare. Tutto quello che avvenne poi fu la conseguenza del cadavere che il 10 giugno 1924 fu gettato tra me e i socialisti per impedire che avvenisse quell'incontro che avrebbe dato tutt'altro indirizzo alla politica nazionale e forse non solo a quella nazionale».

Riferendosi invece al tempo del delitto Matteotti, Silvestri venne a precisare:

«Ho avuto modo di convincermi nella maniera più decisiva... che il discorso del 7 giugno (di Mussolini, tre giorni prima del delitto, in cui il Duce ribaltò la situazione delle critiche al fascismo e ventilò una apertura ai socialisti, n.d.r.) era stato pronunciato come premessa a un nuovo incontro di Mussolini con i dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro (...)

Io mi convinsi che Mussolini intendeva portare al Governo Buozzi e Baldesi e perciò non potevo e non posso più supporre che egli meditasse di far uccidere il Segretario del Partito cui intendeva rivolgersi ufficialmente per avere almeno quattro dei suoi uomini nel governo come ministri ».

Ma da Mussolini, Carlo Silvestri aveva ricevuto anche alcune confidenze di grande importanza storica che è oltremodo interessante conoscere:

«Io sarei l'assassino di Matteotti? Voi sapete, per essere stata la stessa vedova di Matteotti a dichiararvelo senza mezzi termini, che lei, la signora Velia Ruffo Matteotti, era pienamente convinta della mia innocenza.

Parlatene col mio segretario particolare, Luigi Gatti, e con Nicola Bombacci: essi stanno indagando da anni sui retroscena e sulle fondamentali responsabilità del delitto Matteotti. Vi autorizzo a parlare tanto con Gatti, quanto con Bombacci e li autorizzo a dirvi liberamente tutto quello che per ora si può dire.

Se ancora non posso anticiparvi le conclusioni in termini di nomi e cognomi, posso però assicurarvi, sin d'ora, che le indagini di Bombacci e di Gatti hanno dato conferma dell'affermazione contenuta nel discorso al Senato dell'estate 1924: il delitto è stato compiuto non da me, ma contro di me. Alle origini dell'assassinio di Matteotti vi fu un putrido ambiente di finanza equivoca, di capitalismo corrotto e corruttore, privo di ogni scrupolo, di torbido affarismo.

Si era sparsa la voce che nel suo prossimo discorso alla Camera, Matteotti avrebbe prodotto tali documenti da portare alla rovina certi uomini che erano venuti ad infiltrarsi profondamente tra le gerarchie fasciste. L'idea di catturare Matteotti per metterlo nell'alternativa di restituire gli accennati documenti o di perdere la vita sorse in questo sporco ambiente dove ogni volta che riprendeva a circolare la notizia di una possibile collaborazione tra me e i socialisti si manifestava immediatamente una reazione che chiamerei feroce, Il discorso del 7 giugno fece temere che io mi fossi definitivamente orientato nel senso di offrire al alcuni socialisti la partecipazione al ministero.

Da ciò forse il precipitare dei tempi, da ciò la cattura di Matteotti già da parecchi giorni predisposta, avvenuta il pomeriggio del 10 giugno»

Questa inchiesta sul delitto Matteotti era da anni un pallino di Bombacci che l’aveva condotta di propria iniziativa e con qualche perplessità di Mussolini, che però quando si rese conto di certi risultati, gli affiancò Gatti (32 anni, già capo della provincia di Treviso, collocato a disposizione del Ministero dell’Interno per incarichi speciali a giugno 1944). Bombacci, nel marzo del ’43, raccontò:

«Ho sempre avuto l’assillo di riuscire a provare la più completa estraneità di Mussolini nel delitto Matteotti attraverso la scoperta delle vere origini del delitto. Accertare la verità divenne per me un’idea fissa. Se insistetti per poter lavorare non lontano da Mussolini, con un incarico che mi dimostrasse la sua fiducia, fu per crearmi una specie di protezione che giovasse alla libertà dei miei movimenti tali da suscitare sovente allarmi nei capi e negli organi del partito. Se riuscissi nel mio compito sarei lieto di concludere così la mia vita. Se il proletariato italiano si dovesse convincere, come io sono ora convinto, che Mussolini non volle l’uccisione di Matteotti e che, al contrario, il suo più bel sogno si sarebbe realizzato quando gli fosse riuscito di portare i socialisti al governo, forse il dopoguerra potrebbe vedere ancora una conciliazione tra l’antico socialista (Mussolini, N.d.R.), rimasto sempre tale nell’anima, e i lavoratori delle officine e dei campi».

Ed infine Carlo Silvestri, al processo, fa una osservazione che qualunque storico, degno di questo nome, dovrebbe porre:

«Luigi Gatti custodiva un dossier “estremamente importante” quella documentazione è scomparsa. Chi mai l’ha fatta scomparire?

Come mai nessun giornale ha pubblicato degli estratti di questi documenti?

Chi ha fatto scomparire il dossier? Io arrivo a credere che c’erano in quei giorni, nelle adiacenze, dei procuratori, degli interessati, non estranei al fascismo 25 luglio».

Orbene rievocato tutto questo, vediamo che Mauro Canali, dedica un intero capitolo a Carlo Silvestri e le “carte del camioncino”, scriverà, riportando una osservazione di Renzo De Felice:

Tra i documenti della segreteria di Mussolini – oggi presso l’Archivio centrale dello Stato – mancano i fascicoli riguardanti il delitto Matteotti e Cesare Rossi. Tali fascicoli erano tra quelli che Mussolini nell’aprile 1945 portò con sé… La prefettura di Milano consegnò tutti questi documenti – compresi i due fascicoli in questione – al governo italiano. I due fascicoli non sono però stati versati, come gli altri che Mussolini aveva con sé, all’Archivio centrale dello Stato”.[xvii]

Effettivamente il Canali ha rintracciato e citato i fascicoli legati al caso Matteotti, ma deve però ammettere: “È evidente che mancano almeno due fascicoli”, confermando, almeno in parte la tesi di Renzo De Felice sulla sparizione dei fascicoli su Matteotti (compreso il ruolo di Cesare Rossi).

Quindi nella sua edizione del libro del 2004, dopo aver riassunto tutto quello che è stato inventariato, il Canali confermerà che: “è evidente che mancano almeno due fascicoli”, ma la sua meticolosa ricostruzione delle mancanze gli fa escludere che si tratti del fascicolo con il dossier “Bombacci – Gatti”.

Su questo non ci pronunciamo, anche perché, d’accordo per la sua ricostruzione, ma nessuno può giurare, anche se il Canali lo esclude (“niente misteri… niente asportazione dolosa”) che in quei fascicoli rintracciati e inventariati, non sia stato asportato qualcosa di compromettente.

E sappiamo i giri che fecero prima di arrivare all’Archivio Centrale di Stato: dai capi del CLN, probabilmente vennero visionati, tanto per citarne alcuni, i più importanti, oltre che dal Luigi Meda, anche da Emilio Sereni, preposto nell’immediato dopoguerra a queste operazioni (e quindi, in caso di materiale “scottante”, ne informò sicuramente Togliatti), poi quel Pier Maria Annoni (come ha raccontato il suo sodale Luigi Carissimi-Priori, ebbe una certa parte, assieme a De Gasperi, su documenti riguardanti il Carteggio Mussolini Churchill, anche questi poi spariti), quindi Luigi Re a cui venne affidato il coordinamento per il ritorno a Roma di tutti gli archivi dei Ministeri trasferitisi al Nord con la RSI, e quindi dalla Presidenza del Consiglio al Ministero degli Interni che finalmente li consegnò, nel luglio 1969, all’Archivio Centrale di Stato.

Quanti occhi li visionarono, e non è peregrino, conoscendo certe situazioni e soppesando certi personaggi, supporre che molti di questi occhi erano di colore massonico.

Vi era in questi due fascicoli scomparsi il famoso dossier visionato da Carlo Silvestri? Come sopra, non possiamo dirlo con certezza, ma noi, a differenza del Canali, non escludiamo che vi fosse, anche se forse propendiamo più che il dossier decisivo fosse nelle valige di Dongo, del resto, altrimenti, dove sarebbe?

Non è escluso infatti, anzi è molto probabile, che Mussolini si portò dietro nella valigia, requisitagli poi a Dongo, alcuni fascicoli originariamente facenti parte dell’intero dossier, come per esempio quello su Cesare Rossi, che doveva riportare il famoso biglietto o “farfalla carceraria” di Marinelli che scagiona sia Mussolini che Cesare Rossi dal delitto e forse il fascicolo riguardante Emilio De Bono, requisito nel 1943 al vecchio generale da Pavolini e consegnato a Mussolini.

Ma o da camioncino di Garbagnate o da dalle valige di Dongo, questi documenti sono stati presi e fatti sparire.

Alessandro Minardi, unico giornalista ammesso alle udienze del processo di Verona confidò al giornalista Marcello Staglieno nel 1975 che i due fascicoli sul delitto Matteotti, rinvenuti in una borsa di Mussolini al momento dell’arresto (27 aprile 1945), erano verosimilmente quelli con i documenti di Matteotti sottratti da De Bono nel ‘24 (anche se alcuni hanno messo in dubbio questo possesso da parte del De Bono) e facevano parte del dossier requisito a Dongo. Vi è una fotografia del verbale di consegna dei dossier sul delitto Matteotti (pubblicata sul “Tempo illustrato” il 16 giugno 1962) che funzionari della prefettura di Milano il 2 maggio 1945 pretesero dagli emissari governativi che avevano ritirato i dossier. Essi però non sono stati versati, all’Archivio centrale dello Stato.

O dobbiamo supporre come fa il Canali che il dossier Bombacci – Gatti, forse non è mai esistito, se non nei racconti del Silvestri, e che comunque, sempre secondo lui, i fascicoli ritrovati dimostrano che non ci sono misteri o sparizioni?

Come detto vi è anche l’ipotesi che il fascicolo in questione, quello determinante (cioè Bombacci – Gatti), Mussolini per non separarsene lo avesse portato seco in una valigia e gli fu poi preso e Dongo.

Occorre infatti domandarsi: da dove venne la lettera - memoriale di Dumini, finita agli Alleati e dove sono gli altri fogli che sicuramente l’accompagnavano, perché Mussolini non poteva essere così scemo da portarsi appresso una “prova a carico” senza altri documenti che la confutavano?

Il Canali potrà trovare tutte le spiegazioni possibili, per mettere in dubbio le testimonianze di Silvestri, ma non potrà mai spiegare e soprattutto convincere, perché Silvestri andò anche al processo di Roma 1947 su Matteotti a riportare e dettagliare, fatti, testimonianze e particolari, a discolpa di Mussolini, tirandosi addosso le ire e le vendette degli antifascisti.

Si potrebbe obiettare che il Silvestri, magari voleva giustificare il suo precedente riavvicinamento a Mussolini, ma è assurdo che per trovare qualche giustificazione e attenuare le critiche (ne avrebbe potute trovare molte, compresa la sua attività nella Rsi con la Croce Rossa Socialista, autorizzata appunto dal Duce che aveva permesso di salvare dalla prigione, dalla morte o dalla deportazione in Germania, tanti antifascisti), si andò invece ad avventurare, in pieno clima antifascista, con la “volante rossa” che ogni tanto faceva ancora fuori qualcuno, proprio su questo pericoloso argomento quale la innocenza di Mussolini nel delitto Matteotti, inventandosi addirittura un dossier, a discolpa del Duce.

Ma oltretutto è noto che Silvestri aveva avuto un ripensamento circa la colpevolezza di Mussolini già durante il ventennio, ma venne invitato dagli antifascisti a non esternarlo; ebbene il Silvestri invece di pronunciarsi durante il ventennio quando avrebbe ottenuto onori e vantaggi lo va a fare durante la RSI, con una guerra chiaramente perduta e sapendo a cosa si andrà incontro nel dopoguerra. E nel clima infuocato del dopoguerra, in vece di defilarsi, si espone con coraggio e conferma tutto!

 No, le supposizione del Canali su Silvestri non reggono proprio.

Anche se il dossier Matteotti di Bombacci e Gatti, non si trova, e non si trova proprio perché è stato fatto sparire, non è un buon motivo per sostenere che non esiste, quando la logica degli eventi, le coincidenze e le testimonianze ce lo confermano.

Come accennato, neppure il Canali potrà mai facilmente spiegare e convincere perché Mussolini che si portava quelle carte su Matteotti, appresso nelle sue ultime ore di vita, fece fuoco e fiamme, quando seppe che il camioncino si era smarrito. Va bene che su quel camioncino c’erano anche altri documenti importanti, anche di ordine militare, ma se quel dossier non esisteva o non aveva poi questa grande importanza, perché Mussolini se ne preoccupava eccessivamente e come scrive il Canali stesso “lo precipitò in uno stato di grande agitazione”?

Oltre a considerare che molto probabilmente Mussolini aveva seco e si portò fino a Dongo, anche un'altra borsa con documenti sul caso Matteotti. Era evidente la sua intenzione, a guerra finita e una volta prigioniero, di dimostrare le sacrosante ragioni per le quali l’Italia era entrata in guerra (e qui riguarda il famoso Carteggio con Churchill, fatto dal britannico sparire) e se il caso di dimostrare la sua innocenza nella uccisione del parlamentare socialista, non di certo la sua colpevolezza!
 

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

·        Testimonianze di Carlo Silvestri

 

 Per le testimonianze che Carlo Silvestri ebbe in periodi diversi e che confermavano la innocenza di Mussolini oltre il suo intento di portare i socialisti al Governo, a parte quelle di Mussolini stesso, il Canali ne contesta alcune: quelle di Umberto Poggi, di Aldo Finzi e di Italo Balbo, e ne ignora altre. Vediamo.

 

Francesco Giunta

Nel corso del processo di Roma venne chiamato a testimoniare l'ex dirigente fascista Francesco Giunta che dichiarò:

«Quel che ha detto Silvestri è la pura verità. Mussolini non ebbe il coraggio di portare i socialisti al governo nel 1922, ma li avrebbe portati alla fine di giugno del 1924...

Io sono testimone di questo episodio Dopo il discorso del 7 giugno Mussolini uscì dall’aula e andò nella sala riservata al Presidente del Consiglio a Montecitorio… Eravamo soli. - Ti ho chiamato perchè bisogna riunire prima della fine del mese il Gran Consiglio. Ti avverto subito che tu perderai l’impiego, disse sorridendo, perchè il Gran Consiglio non sarà più l’organo supremo del Governo, ma rientrerà nel partito come un organo superiore.

Così le opposizioni si calmeranno. O si addomesticheranno o si tranquillizzeranno...

Mi dicono che tu sei stato in guerra con Tito Zaniboni… Che ne pensi? –

Era un ottimo ufficiale bel soldato, e buon comandante… -

Mi fa molto piacere tutto questo. –

E’ chiaro che Mussolini era in trance. Era veramente soddisfatto quel giorno, per farmi quelle confidenze.

(Mussolini mi disse) “Ho pensato di fare un gran governo. E' il momento. Offrirò l'Educazione Nazionale a Giovanni Amendola, il Ministero dei Lavori Pubblici ai socialisti, penso che potrebbero mettervi D'Aragona o Casalini, io lascerò gli Interni e mi terrò gli Esteri e alla Presidenza, come sottosegretario metterò Zaniboni ”.

Ora loro possono immaginare come sono rimasto io quando dopo tre o quattro giorni ho saputo della scomparsa di Matteotti».

 

Umberto Poggi

 L'ex collaboratore di D'Annunzio, Umberto Poggi, invece, sempre a Silvestri e con l'intenzione di incoraggiarlo perché si impegnasse a far uscir fuori dal processo di Roma quella verità rimasta nascosta, ebbe a dirgli:

«Mi sono fatta la convinzione che il vero mandante alla soppressione di Matteotti era il gruppo finanziario e industriale, creatore e finanziatore, dell'organizzazione che faceva capo al “Corriere Italiano”... Su Mussolini pesa pur sempre la grave colpa di non avere messo al muro almeno gli esecutori di quel delitto.

Dico “almeno gli esecutori”, perché i mandanti erano intoccabili per la supremazia acquisita con il finanziamento dello squadrismo operante nei punti nevralgici della nazione. Ma il grosso guaio è che a tutt'oggi quei mandanti, che non sono nel frattempo morti, di morte naturale vegetano e prosperano all'ombra della Repubblica»

Ma sempre Umberto Poggi ci fa comprendere l’assurdità di quanto abbiamo già accennato, cioè di un Mussolini perfetto imbecille, che ordina un delitto e/o un rapimento del genere e poi negli stessi momenti in cui tale delitto sta per essere consumato, va in giro a parlare usando un linguaggio intimidatorio, infuriato e violento come quello che ebbe a fare a Umberto Poggi.

Umberto Poggi, che fu anche segretario generale, alla Federazione Italiana Lavoratori del Mare, infatti, ebbe anni dopo a far notare al socialista Carlo Silvestri che Mussolini, infuriato perché il suo appello alla collaborazione e alla distensione, contenuto nel discorso del 7 giugno 1924 (soprattutto indirizzato verso i socialisti riformisti), era stato ignorato, se non fosse stato innocente, non avrebbe mai tenuto il discorso che invece gli tenne a lui Poggi forse proprio il giorno del rapimento o quello successivo, ma comunque quando ancora nulla si sapeva del sequestro dell'onorevole Matteotti.

Nella mattina dell’11 giungo 1924, Mussolini si sfogò con Poggi che aveva ricevuto proveniente da Gardone Riviera, dicendogli:

«La vita degli Albertini, dei Treves e dei Turati, se io fossi una società di assicurazioni non l'assicurerei per due soldi. Quella gente vuole i plotoni di esecuzione, invece che la collaborazione, li avranno ed i loro cadaveri resteranno lì (e indicò al Poggi Piazza Colonna), una settimana di esempio».

E per di più, aggiunse il Poggi nel raccontarlo al Silvestri, egli ebbe anche l'incarico di andarlo a riferire, senza cambiare una virgola, a Gabriele D'Annunzio, a causa del quale si era avuto quell'incontro (D'Annunzio, come noto, in quel periodo, era da tempo al centro di manovre che lo volevano utilizzare per una ampia riunificazione sindacale).

[I Canali si rende conto che questa testimonianza del Poggi, smentisce ogni ipotesi di un Mussolini autore del delitto (solo un idiota poteva dire quelle cose mentre compiva il crimine) e quindi cerca di invalidare questa testimonianza in riferimento al giorno, a ridosso del delitto, in cui avvenne il suddetto incontro con Mussolini, Mauro Canali avanza dei dubbi, perché quell’incontro non troverebbe riscontro nella presenza delle udienze a palazzo Chigi e qualche altra incongruenza.

Ma a nostro avviso ha ugualmente una certa importanza perché il progetto delittuoso era in auge da almeno 20 giorni prima del 10 giugno e se anche l’incontro ci fosse stato prima, Mussolini non si sarebbe esposto in quel modo]

 

Giacomo Acerbo

 Acerbo, elemento moderato, deputato, già facente parte del Comitato Centrale del PNF, ovviamente massone di piazza del Gesù, autore del precedente “patto di pacificazione con i socialisti”, scrisse in un suo quaderno di memorie che Mussolini dopo l’approvazione del bilancio e la sospensione dei lavori parlamentari, avrebbe costituito il nuovo ministero includendovi, insieme a personalità politiche e tecniche di valore, gli onorevoli D’Aragona e Baldesi con i quali l’anno prima aveva avuto ripetuti colloqui e richiamando a partecipare il partito Popolare che non si sarebbe potuto rifiutare avendo egli in programma la sollecita pacificazione con la Santa Sede.

 

Raimondo Sala

 Sala, fascista dissidente, a suo tempo espulso dal PNF, per aver dato vita ad un movimento fascista scissionista, al tempo della opposizione Aventiniana, scrisse una lettera, laddove vi è un passaggio interessante, tanto più per il fatto che costui non aveva alcun motivo per essere indulgente con Mussolini. Scrisse il Sala, rivolgendosi ad un certo, non identificato, Resis, di un suo colloquio con Emilio De Bono del 21 maggio 1924 , nel quale il generale gli assicurò che Mussolini intendeva mutare politica orientandosi a sinistra e lui pure ne era lietissimo. De Bono gli fece però notare che Matteotti sarebbe stato un irriducibile avversario , ma il Sala assicurò al De Bono che anche Matteotti alla fine avrebbe seguito la condotta degli altri ed avrebbe visto con piacere il nuovo orientamento.

E qui facciamo un inciso per rilevare che Matteotti era visceralmente antifascista, ma anche per porsi come polo di riferimento della sinistra antifascista, in vece dei comunisti, che altrettanto osteggiava. Ma questa posizione, tutto sommato non era immutabile. Matteotti in definitiva era un riformista, una specie di socialdemocratico, che già aveva dimostrato nei Consigli comunali del Polesine di non disdegnare alleanze con la borghesia. Del resto possedeva ettari di terra e altra ne aveva comprata, ma la trascurava affittandola agli affittuari invece che ai contadini. Il Corriere della Sera, in un articolo titolato “Il Marat del Polesine” evidenziò la profonda contraddizione del socialista Matteotti il quale, se lo si incontra al Baglioni di Bologna o al Flora di Roma, elegante e con il sorriso, non lo si riconoscerebbe come quello in calzoni corti con le mollettiere, avvolto in un mantello largo, e dalle larghe tese di un cappellaccio, che fa il Marat del Polesine, e condanna a morte la borghesia. E così suscita la speranza nei contadini di una donazione delle sue terre, speranza che però resta immancabilmente delusa.

 

Mario Giampaoli          

 Nel 1945 Silvestri era anche andato a trovare Mario Giampaoli, fascista Sansepolcrista, noto federale di Milano, che il Silvestri conosceva da quando questi era un ragazzetto (nell'ottobre del 1926 Silvestri, ferito dai fascisti, dovette la sua vita proprio a Giampaoli che lo protesse mentre era ricoverato all'ospedale); ora era il Giampaoli ricoverato all'ospedale, oramai in fin di vita (morirà pochi mesi dopo ridotto dal cancro a 37 chili), e questi gli volle parlare, come disse, quale un uomo che non ha più alcuna speranza di vita.

Gli disse Giampaoli:

«... Ti dico quella verità, della quale già altra volta, vent'anni fa, tentai invano di convincerti. Mussolini è stato estraneo al delitto Matteotti. Rossi vi è rimasto egualmente estraneo. Il responsabile di tutto è Marinelli, la figura più brutta fra quelli che io ho avvicinato nel periodo in cui ero un gerarca. Marinelli, ordinando la cattura di Matteotti, ha obbedito alle direttive che gli sono venute da persone le quali temevano l'esistenza di certe prove delle loro malefatte».

 

Aldo Finzi

            Carlo Silvestri, alla fine del 1926 ebbe una appassionata conversazione con un Finzi che a suo tempo impelagato fino al collo per i suoi traffici politico finanziari, salvatosi da responsabilità penali, era rimasto come “sospeso” nel subentrante regime. Come fece notare il Finzi al Silvestri, oramai il processo di Chieti era passato in archivio e quindi non aveva interessi che potessero condizionare il suo giudizio.

«Mussolini – disse Finzi – non poteva aver impartito l’ordine di uccidere Matteotti, se non altro per il fatto che questi era uno dei principali esponenti di quel partito al quale meditava di rivolgersi nuovamente affinché non impedisse la formazione di un governo basato sulla più stretta collaborazione con la Confederazione Generale del Lavoro».

Ma su Finzi facciamo un passo indietro e torniamo a quando, infuriato per le impostegli dimissioni, scrisse una “lettera testamento” che fece vedere a varie persone, per esempio lo Schiff Giorgini e alcuni giornalisti tra cui Carlo Silvestri. Poi, come noto, rinunciò ad utilizzare quest’arma e ritenne per lui più opportuno starsene tranquillo e far passare la buriana. Anzi arrivò anche a negare di averla mai scritta. La lettera parlava della Ceka e come scrive Mauro Canali , era di una gravità estrema nei riguardi delle gravissime responsabilità di Mussolini. Visto che questo “memoriale” non vide mai la luce, chi legge così, può ritenere che le gravissime responsabilità di Mussolini siano anche concernenti il delitto Matteotti. Il Canali infatti, ha dimenticato di rimarcare che la lettera fu letta dal Silvestri e se questi, nel 1945 si convinse della innocenza di Mussolini, dovette come minimo ritenere che quelle “gravissime responsabilità” non inficiavano questa convinzione. Come noto il Silvestri ebbe poi a valutare la lettera del Finzi, come una sua precauzione per salvarsi la pelle.

 

[Per questa testimonianza di Finzi, che escludeva il Duce quale autore del delitto, il Canali mette in dubbio la buona fede dello stesso nel riferire quelle cose a Silvestri, un Finzi, dice lo storico, che sperava di rientrare in qualche modo nell’agone politico, una fonte interessata, infida e inattendibile. Ma come si vede la contestazione di questa testimonianza, da parte del Canali, è più che altro una sua congettura, che non dimostra niente].

 

Italo Balbo

Silvestri ebbe anche modo di confrontarsi con Italo Balbo, ex comandante squadrista e futuro governatore della Libia. Balbo gli confermò anche che a suo tempo aveva proposto a Mussolini di fucilare i responsabili dell'omicidio di Matteotti, ma il rifiuto di Mussolini di procedere in questo senso non poteva leggersi come una correità del Duce. Infatti, disse Balbo, il discorso del 7 giugno, in cui cautamente tastò il terreno per una apertura verso i socialisti, esclude assolutamente un nascosto intento omicida di Mussolini, anzi proprio in quei giorni il Duce aveva sondato il parere di Balbo per un eventuale scioglimento della Milizia, cosa questa forse indispensabile per attuare poi concretamente l'apertura ai socialisti e alla CGdL

In realtà in quei giorni Mussolini, disse Balbo, mi sembrava come un pentito che non volesse scivolare nella dittatura. E concluse con questa affermazione:

«Ora invece per le conseguenze del delitto Matteotti sarà costretto a fare il dittatore senza averne la stoffa. E saranno guai, perché un dittatore non deve avere paura del sangue. Se egli fosse così stato e se aveva delle responsabilità nel delitto Matteotti, non avrebbe esitato un attimo a mettere al muro la squadraccia di Dumini, nonché Marinelli e Filippelli e magari anche Cesare Rossi e Finzi, pure sapendoli innocenti».

[Per la testimonianza riguardante Balbo il Canali fa osservare che il Balbo era uno strenuo difensore della Milizia e lo stesso Mussolini, nel suo ultimo discorso del 7 giugno prima del delitto, aveva esaltato la Milizia, dicendo alle opposizioni di mettersi in testa che non sarebbe stata sciolta.

Secondo il Canali quindi, non sarebbe possibile che Balbo e Mussolini avessero affrontato, in quei termini, quell’argomento. Ma anche in questo caso ciò non toglie che in quei giorni di giugno prima del delitto, Mussolini non ne abbia parlato a Balbo, magari come ipotesi, come accenno, o altro e il fatto che poi alla Camera abbia fatto quel discorso non vuol dire niente, non inficia di certo di raggiungere un accordo con i Socialisti dai contenuti differenti da quelle enunciazioni.

Anche questa testimonianza del Balbo al Silvestri, quindi, per noi resta validissima]

 

Carmine Senise e Arturo Bocchini

 Non meno importanti e decisivi due altre pareri acquisiti da Carlo Silvestri. Carmine Senise, da pochi mesi divenuto Capo della Polizia gli disse (praticamernt4e nel 1941) che escludeva categoricamente che Mussolini fosse il mandante dell’omicidio Matteotti. Egli nutriva questa convinzione prima ancora di divenire il più diretto collaboratore del sen. Arturo Bocchini alla direzione generale PS. Con gli elementi venuti a sua conoscenza , tramite il segreto dì ufficio, tale convinzione si era rafforzata in guisa di non essere suscettibile di incrinature. Anche il giudizio del sen. Bocchini, l’uomo che più di altri aveva avuto modo di farsi una opinione aderente alla realtà dei fatti, era sempre stato assolutamente negativo.

 

 

La “confessione” di Giovanni Marinelli

 Ma il Silvestri (e non solo lui) riportò anche un'altra importantissima testimonianza, riferitagli da Mussolini, quella che Giovanni Marinelli, condannato a morte al processo di Verona contro i traditori del 25 luglio e in procinto di essere fucilato, confidò a Carlo Pareschi, presente Tullio Cianetti, di essere stato lui ad aver impartito nel ‘24 l’ordine omicida e lo scrive anche nel famoso “biglietto” o “farfalla carceraria” a Mussolini (ovviamente sparito con tutto il dossier) chiedendo scusa a lui e a Cesare Rossi di averli a suo tempo coinvolti.

Il Mauro Canali potrà essere scettico quanto vuole su questi fatti, ma c’è un'altra importantissima, seppur indiretta, osservazione:

nè Giovanni Marinelli, nè Emilio De Bono (secondo Canali, il primo organizzatore del rapimento e il secondo comunque informato), in procinto di essere fucilati accusarono Mussolini, né tentarono di ricattarlo, indicandolo quale mandante. Anzi tutt’altro e questo fatto è un altra prova della estraneità di Mussolini al delitto!

 

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

Il “non alibi” di Mussolini

 

Un'altra questione, che tanti hanno rilevato è questa: non erano neppure passate 24 ore dalla scomparsa del deputato socialista e nonostante che i suoi assassini venivano mano a mano arrestati, che subito si innescò una violenta campagna di stampa, una questione morale, contro Mussolini: la attiguità del Viminale e della Presidenza del consiglio con gli arrestati e le frasi minacciose, esternate da Mussolini ed altri fascisti contro Matteotti, dopo il violento discorso antifascista di questi alla Camera del 30 maggio 1924, furono ritenuti elementi sufficienti per individuare in Mussolini il mandante (si diceva che un Mussolini, adirato, aveva esclamato «Quell’uomo lì non dovrebbe più circolare!»).

Lo storico Canali, per supportare la sua tesi di un Mussolini mandante dell’omicidio Matteotti, riporta anche un riferimento di Aldo Finzi agli inquirenti (ammesso poi che sia veritiero, visto che il soggetto non era esente dal profferir bugie), dove questi disse che intorno al 2 giugno ‘24, il Rossi e il Marinelli erano stati redarguiti severamente da Mussolini che li incalzò con frasi violente, sollecitandone un loro maggiore impegno nello stroncare le iniziative degli avversari politici. Ne conclude il Canali che in quella data si raggiunse tra Mussolini e i due dirigenti della Ceka la definitiva intesa omicida. [xviii]

Ma il Canali si contraddice dimenticando che tutta la ricostruzione degli avvenimenti, da lui spesso ricordata, attesta dal 22 maggio che Dumini e gli altri membri della Ceka, questi chiamati a Roma dal Dumini il 20, si erano installati all’hotel Dragoni da dove stavano preparando il rapimento.

Quindi l’uscita di Mussolini verso Rossi e Marinelli, in questo caso, avverrebbe quando i due capi della Ceka avevano già avuto l’ordine e avevano già incaricato il Dumini che appunto stava preparando l’impresa e quindi la supposizione di Canali e le date ricostruite sono in contraddizione, anche se volesse intendere che prima era solo in atto un progetto sui generis e poi il 2 giugno divenne definitivamente esecutivo, ma la cosa non regge perchè Dumini al 2 giugno aveva già predisposto con i suoi sodali il progetto delittuoso.

In ogni caso, resta assurdo ritenere che chi aveva in animo di compiere quella impresa delittuosa, chiaramente premeditata, se ne era andato in giro a profferir minacce contro la sua vittima!

Sembra che a caldo, dopo il discorso di Matteotti alla Camera del 30 maggio ’24, un Mussolini adirato invocasse la “Ceka” e come accennato, proprio a ridosso del rapimento, anche se forse qui la datazione è incerta, lo stesso Mussolini ad Umberto Poggi, già collaboratore di D’annunzio, addirittura fece un altro discorso bellicoso, invitandolo persino di andare a riferirlo.

Il primo giugno ’24, oltretutto, il Popolo d’Italia, pubblicò un corsivo senza firma da tutti ritenuto opera del Duce, in cui si diceva:

Matteotti ha tenuto un discorso oltraggiosamente provocatorio che merita una risposta più concreta dell’epiteto di canaglia urlatogli alla camera da Giunta”.

Sono tutte reazioni istintive a caldo, istigate dal comportamento di Matteotti, ma attestano che non possono essere frutto di un mandante di un omicidio i cui meccanismi hanno già preso a girare.

Praticamente nel mentre impartisce gli ordini per rapire, bastonare o addirittura uccidere Matteotti, Mussolini è tanto cretino di minacciarlo pubblicamente!

Se ne deduceva quindi che tutto il quadro d’insieme di queste accuse a Mussolini stonavano e non reggevano, a meno che questi non fosse stato un perfetto imbecille, che premedita di ammazzare un importante rivale, il cui delitto avrà sicuramente reazioni eclatanti, dirama gli ordini necessari e poi va in giro a profferire minacce contro la sua imminente vittima!

Ebbene di fronte a queste importanti considerazioni, il Canali cosa fa?

Con incredibile noncuranza cerca di volgerle a suo vantaggio.

Dopo aver, infatti, ricostruito che nei giorni precedenti il delitto e soprattutto dopo il discorso antifascista di Matteotti del 30 maggio, l’entourage mussoliniano e Mussolini stesso si impegnarono molto a rendere ancor più incandescente lo stato dei rapporti tra il fascismo e Matteotti, ne deduce che questi sarebbero «passi lucidamente compiuti per indurre a seguito nell’opinione pubblica l’idea di un delitto scaturito dal particolare clima politico suscitato dal discorso di Matteotti»

(intende: deviando così il sospetto di un delitto per affari e tangenti che riguardano Mussolini stesso).

La deduzione del Canali, però, e solo teoricamente, potrebbe avere valore per alcuni personaggi, ma per tutti no di certo, perché si dovrebbe supporre che l’entourage di Mussolini sia tutto complice e al corrente dell’imminente delitto e comunque sia è sicuro che almeno il capo del governo, impegnato in quel periodo con i Questori e i Prefetti e di fronte all’opinione pubblica a ristabilire la legalità, per suo alibi, avrebbe comunque recitato una parte ben diversa che quella dell’irato sobillatore contro la sua imminente vittima.

 

 

Controdeduzioni di Mauro Canali:

il parere dei familiari di Matteotti

 

 Come noto i familiari di Matteotti, compreso Matteo il figlio che divenne ministro e segretario del Psdi, non hanno mai creduto che Mussolini fosse l’assassino di Matteotti. Il figlio di Matteotti, ha anche avanzato l’ipotesi che dietro l’odine omicida c’era il Re e ha sostenuto che in una sua visita in Inghilterra ha trovato conferme alle implicazioni del Re negli affari del petrolio.[xix]

Il Canali, di fronte a questi “ingombranti” pareri, cerca di minimizzarli con una sua illazione ovvero che la moglie di Matteotti e poi i figli, avrebbero tenuto questo atteggiamento perché aiutati finanziariamente da Mussolini.

Il Canali per supportare questa sua insinuazione vi dedica anche un intero capitolo “I finanziamenti alla famiglia Matteotti”, ma cosa può dimostrare l’autore? Niente altro quello che si è sempre saputo, che Mussolini aiutò economicamente la famiglia Matteotti, tutto il resto sono solo malevole illazioni!

Nel caso bisognerebbe allora anche supporre che poi, nel dopoguerra antifascista, i figli di Matteotti (la madre era deceduta), anche senza più necessità economiche, di fatto, continuarono a “vendersi” la memoria del padre, quando gli sarebbe bastato affermare, che “oggi, dopo molti anni, alla luce di nuove documentazioni e informazioni, si erano sbagliati nell’assolvere Mussolini”. Tutto qui.

Ma oltretutto, l’insinuazione del Canali, non regge per un altro motivo: egli infatti sorvola sul particolare che la moglie di Matteotti, Velia Ruffo, fin dai giorni adiacenti al rapimento, incontrò Mussolini e mostrò di credere alla buona fede del Duce, tanto da sollevare l’astio di Filippo Turati e Claudio Treves a cui la faccenda non stava ovviamente bene.

La moglie di Matteotti quindi aveva questa convinzione molto prima che, a seguito delle sue traversie economiche venne poi aiutata finanziariamente da Mussolini !

Se proprio quindi vogliamo fare una ipotesi dobbiamo pensare che forse la moglie di Matteotti, già “sapeva” qualcosa (dal marito?), che la induceva a scartare Mussolini come il mandante dell’omicidio.

 Anche in questo caso, quindi, l’insinuazione del Canali non regge assolutamente.

 

 

I ricordi di Edda, la figlia del Duce

 

Leggiamo anche una interessante testimonianza di Edda Ciano Mussolini, la figlia “prediletta” del Duce. Essendo la figlia di Mussolini, viene a pensare che costei, nonostante per le note vicende del marito, ebbe motivi di forte astio contro il padre, potrebbe non essere attendibile, e la stessa Edda se ne rendeva conto, visto che disse chiaramente che “tanto io sono la figlia del duce, nessuno mi crederà”.

Ed infatti questi ricordi non li esternò pubblicamente.

Anche il fatto che Edda riporti frasi dettegli da Mussolini stesso, potrebbe far ritenere che forse il padre gli diede una versione addomesticata.

Ma le cose non stanno così, perchè questa testimonianza, che oltretutto corrisponde perfettamente agli avvenimenti storici, ha il suo valore, ma rimase in certi quaderni della figlia del Duce e venne poi raccolta, con estemporanee interviste, da un suo amico, il romagnolo Domenico Olivieri che l’aveva ospite nella sua villa di Conselice presso Ravenna o nella sua piantagione di ananas in sud Africa.

Dagli appunti dello stesso Olivieri, lo storico Arrigo Petacco, ne ha tratto questa importante testimonianza, ritenendola estremamente veritiera.

·         Edda aveva chiesto al padre una cosa che gli stava a cuore: «“Ma il delitto Matteotti da chi venne ordito?”

Papà si fermò di scatto e mi guardò con due occhi che sembrava volessero uscire dalle orbite. “Edda”, mi disse, prendendomi le mani e continuando a fissarmi: tu pensi o puoi aver pensato che io sapessi di quel mostruoso delitto? Edda, mi si potrà accusare di tante cose, ma di assassinio o di mandante, mai, ripeto mai!

Ma lo sai che l’uccisione di Matteotti mi è costata la fine di un sogno che poteva avverarsi nel giro di un anno o al massimo due?

Lo sai che la morte di Matteotti ha cambiato la storia d’Italia. Lo sai che la sua morte mi mise in una crisi morale e politica dalla quale non sapevo come uscire?

Da quando diventai Presidente del consiglio, nel 1922, fino alla uccisione di Matteotti, io, essendo pur sempre socialista, volevo anche i socialisti al governo. Lo affermai chiaramente nel mio discorso del 7 giugno 1924. Leggilo, se non mi credi. Non potevo essere più esplicito.

Ero certo che il 1924 sarebbe stato l’anno in cui avrei realizzato i miei desideri. Invece, tre giorni dopo, il 10 giugno, mi ammazzano Matteotti. Quando mi comunicarono la notizia sentii il mondo cadermi addosso. Vidi il mio sogno dissolversi… Edda, vorrei che mamma e papà non avessero più pace se dico una bugia. Ero completamente all’oscuro di quell’infame delitto. Un giorno usciranno sicuramente fuori prove schiaccianti sulla mia innocenza.

Se la storia d’Italia è cambiata e se io ho preso una strada diversa da quella programmata, lo si deve all'uccisione di Matteotti.

Il mio spietato accusatore fu un giornalista di nome Carlo Silvestri che formulava le sue accuse solo su teoremi e congetture fuori strada. In quel periodo già mi accusavano di essere un dittatore, ma se lo fossi stato davvero non avrei permesso a Silvestri di continuare la sua campagna accusatoria. L'avrei fatto incarcerare. Invece Silvestri, che era un socialista, se è ancora in vita lo deve a me che per ben due volte sono riuscito a fare arrestare in extremis chi voleva assassinarlo. Immagina cosa sarebbe accaduto se avessero ucciso anche lui: la colpa sarebbe ancora ricaduta su di me e per il fascismo sarebbe stato il colpo di grazia.

I mandanti che volevano la sua morte erano gli stessi mandanti dell'assassinio di Matteotti, ma non sono mai riuscito a individuarli.

Chiesi anche l'aiuto di uomini dell'opposizione che mi ritenevano estraneo al delitto, ma neanche col loro aiuto siamo riusciti ad avvicinarci alla verità. Così Silvestri fu lasciato libero di continuare la sua campagna benché buona parte della direzione socialista non lo appoggiasse completamente.

Io, alla fine, dovetti prendere le decisioni drastiche che tutti conoscono.

Mi costrinsero a proclamare la dittatura fascista quando invece avrei preferito costituire con i socialisti un grosso governo democratico».

In un'altra occasione Mussolini tornò a parlare con la figlia dei suoi rapporti conflittuali con i socialisti e Edda così lo ha riportato:

 “Ancora oggi, dopo tredici anni che sono Capo del governo fascista (quindi dovremmo essere nel 1935, n.d.r.), darei il mio braccio per una collaborazione coi socialisti. Anche due anni orsono ho avuto dei contatti segretissimi con i socialistì e democratici fuoriusciti e con altri ancora in patria, per convincerli a un'azione comune e, perché no? portarli al governo.

Sarebbe stato necessario un colpo di timone che io avrei organizzato con i fascisti sani. Nella più assoluta segretezza, emissari miei e loro si spostavano fra Roma, Parigi e anche Londra.

Posso farti anche dei nomi: Giovanni Amendola, il più qualificato che aveva aderito al mio progetto benché fosse un mio grande avversario politico. "Zio Pietro" (Nenni, n.d.r.), mio vecchio amico, ma ora segretario del partito socialista a Parigi, rimase su due staffe, del resto come aveva sempre fatto.

L'altro socialista, Claudio Treves, essendo convinto della mia buonafede, si mise a disposizione, ma sfortunatamente morì durante le trattative.

Bruno Buozzi, il sindacalista che aveva guidato la Fiom, mi scrisse dall'esilio una lettera personale dichiarandosi entusiasta dell'idea.

I miei più stretti collaboratori erano Luigi Federzoni, Italo Balbo, Giacomo Acerbo, Edmondo Rossoni, Emilio De Bono, Costanzo Ciano e Cesare Maria De Vecchi, tutti membri del Gran Consiglio del Fascismo.

Tutti costoro avevano mansioni ben precise nel governo riguardanti l'esercito, la polizia, i carabinieri per favorire l'operazione. Bene, per farla corta, tutto andò in fumo...».[xx]

Ne più e ne meno che quello che noi e altri storici abbiamo sostenuto.

 

Nel nostro testo citato: “Il Delitto Matteotti” abbiamo tracciato delle conclusioni, cercando di ricostruire un quadro il più possibile realistico di quel periodo storico.

Le riportiamo qui appresso a chiusura di questo nostro saggio.

 

 

 Conclusioni

 

 Il tempo trascorso e le sparizioni di importanti documentazioni, in particolare quelle raccolte da Bombacci e Gatti e forse chissà anche alcune pagine del memoriale di Amerigo Dumini occultate dagli inglesi e dagli americani, non consentono oggi di accollare responsabilità precise, di indicare senza errare i nomi dei mandanti sconosciuti. I processi di Chieti e di Roma, per evidenti motivi, servono a poco.

Mettendo insieme le documentazioni disponibili, le testimonianze più attendibili e analizzando fatti e circostanze, possiamo comunque ricostruire il quadro di questa brutta storia e intuire e forse qualcosa di più, le varie responsabilità. Vediamo.

Il contesto storico - politico dell’epoca

 Prima di tirare le conclusioni di questo sporco affare bisogna fare una premessa fondamentale che consiste nell’inquadrare la figura di Mussolini e le sue intenzioni su cosa si prefiggeva con la conquista del potere. Di fatto vi sono due posizioni opposte, che non sono corrette e non inquadrano bene il personaggio e il contesto storico.

Da una parte infatti abbiamo coloro, come lo storico Canali, che considerano Mussolini un mezzo gangster che messe le mani sul potere lo usa a suo uso e consumo e per chi lo ha sostenuto e sviluppa quindi un sistema di tangenti e malversazioni. Matteotti ne metterebbe in pericolo la sopravvivenza e quindi non ci pensa due volte a farlo sopprimere.

Dall’altra quelli che considerano Mussolini un anima candida, ignaro di tutto e ingannato dagli stessi uomini che lui ha portato a certi posti di potere e che ora stanno usando questo potere per interessi personali. E sono costoro che, sentendosi minacciati dalle possibili denunce di Matteotti e dai cambiamenti politici che il Duce intenderebbe fare prendono la decisione di sopprimere Matteotti e far cadere il governo.

Le cose in realtà sono molto più complesse e stanno in modo alquanto diverso ed è per questo che i seguaci di una interpretazione o dell’altra, si trovano poi alle prese con contraddizioni ed elementi che ne mettono in dubbio la ricostruzione di quelle vicende.

In realtà Mussolini in quei suoi primi anni di governo, conscio di avere un potere effimero per le mani, raggiunto anche attraverso accordi e compromessi con poteri che non gli piacciono; di dover “ripagare” quegli interessi che lo hanno aiutato nella sua ascesa al governo, “forze” che potrebbero anche farlo crollare e lui non potrebbe opporsi con serie possibilità di successo, si barcamena, accondiscende a che molti intrallazzino e si impinguino, anzi tutto questo gli fa gioco, ma intervenendo a volte al momento opportuno per avocare a sè decisioni importanti, suscita inevitabili reazioni.

Egli vorrebbe governare nell’interesse della nazione, avendo in mente certi progetti, ma è seduto ad un grande e pericoloso tavolo da gioco, con comprimari, amici e nemici, e almeno per quanto riguarda la vicenda Matteotti, ne rimarrà invischiato e scottato.

Non può fare diversamente, non ha uomini all’altezza e un vero partito rivoluzionario per le mani con cui giocare il tutto e per tutto, mentre di fronte ci sono la Monarchia, l’Esercito, la Polizia, la Chiesa, la Massoneria, gli Agrari, gli Industriali e la finanza con le Banche, tutti poteri enormemente più forti, in mezzo ai quali può sopravvivere solo dividendoli, stringendo accordi e alleanze, promettendo e sfruttando la necessità comune di avere un governo forte che rimetta in sesto la nazione, sconquassata dalla guerra e dal disordine.

Quale governo, post risorgimentale, fino ad allora, non ha sopravvissuto anche attraverso giochi sporchi, traffici di ogni genere, tangenti e altro che appagano determinati interessi che sono stati coinvolti nel potere? Chi più e chi meno tutti, compresa Casa Savoia.

Tutto questo è nella natura stessa del “potere” che al tempo, quale lascito risorgimentale, sostanzialmente si configurava nell’equilibrio o nella contrapposizione di una triarchia: la Chiesa, la finanza massonica e il rampante capitalismo. Senza dimenticare gli interessi internazionali che pesano sul nostro paese, soprattutto da parte britannica: controllare l’Italia, quale portaerei naturale nel mediterraneo e punto strategico sulle rotte petrolifere.

Al contempo la Finanza, sviluppatasi con il risorgimento massonico, si può dire che gestiva buona parte della nostra economia.

In questa situazione Mussolini, che è e resta un rivoluzionari, sia pure di genere “politico”, qualunque siano i suoi futuri intenti e programmi ha per il momento una necessità prioritaria: sopravvivere in sella al potere, da poco conquistato, cercando di allargarlo e consolidarlo. Programmi e progetti di grande respiro e che possono toccare determinati interessi creando reazioni contrarie, avverranno con il tempo, con la possibilità di utilizzare il potere a questi fini.

E a questi fini egli usa le armi in cui è maestro: quelle della politica supportate, all’occorrenza da un minimo di violenza, come all’epoca era uso fare.

Volete quindi che Mussolini non sappia che certi uomini e certi ambienti che lo hanno aiutato a prendere il potere e a cui ha fatto promesse, ora vorrebbero intascare i frutti del loro appoggio?

Ma certo che lo sa, anzi molti uomini li ha piazzati proprio lui in determinati gangli del poter, sia perché gli sono utili e sia perché li deve in qualche modo ricompensare.

Che non sappia che il suo partito, il suo giornale fanno fronte a necessità economiche come si è sempre fatto ovvero procacciandosi finanziamenti (da non confondere con arricchimenti personali)?

Conoscete forse rivoluzionari che fino a quando il potere non gli consente di mettere in piedi situazioni diverse, risolvono il problema di reperire mezzi economici, diversamente dall’esproprio o dal farsi finanziare da chi ha paura o ha interesse a farlo?

Siamo realisti: tutto questo è nella natura umana, nelle leggi storiche del potere e tutto questo è anche il contesto del tempo, ma non bisogna neppure esagerarlo, perché, anzi, Mussolini, mostra sempre di avere un occhio per gli interessi della nazione, del resto vero fine del suo potere, e spesso interviene o si mette di traverso stroncando o frenando certi appetiti. Non a caso va in rotta di collisione con gli ambienti della onnipotente Commerciale. E se si arriva al delitto Matteotti è proprio perché Mussolini è su un altro piano rispetto a chi sta usando il potere solo per i suoi interessi.

Ecco perché, quando scoppierà il caso Matteotti, lui che in definitiva ne é fuori (ma a chi vede dall’esterno, considerando l’uso della Ceka, il giro delle tangenti, può dare la sensazione di essere invischiato nel delitto), reagisce nell’unico modo possibile: sbatte fuori molti suoi stretti collaboratori, Rossi e Finzi in primis, misconosce e scarica Dumini e la sua banda, si pone contro i vari Filippelli, Naldi, ecc. che pur avevano trafficato con i suoi uomini, tutta gente che per ingordigia si sono bruciati con le loro mani, i quali però restano stupefatti e indignati ed ovviamente la prendono, molto male.

E non avendo scelta è costretto ad arrangiarsi, a mischiare le carte, se il caso a mentire e dare disposizioni che possano salvare il governo e il fascismo che gli sono costati anni di sacrifici e per i quali ci sono stati non pochi morti.

Ed ecco perché una volta che è riuscito a sopravvivere al cataclisma del delitto, sconfinando nella dittatura e liquidando quella sporca storia con un processo a Chieti addomesticato, lascia che tutti coloro che, colpevoli o innocenti, sono stati invischiati nel delitto e non sono fuggiti all’estero, ponendoglisi platealmente contro, si trovino una loro collocazione, come per esempio Finzi e gli stessi della banda Dumini, ed anzi molti come De Bono, Marinelli, ecc. li recupera nell’alveo del regime. E’ sempre stata questa la costante del suo modus operandi: mettere una pietra sopra, badare al sodo e alle necessità contingenti.

E non deve neppure stupire che in qualche modo concede sussidi e agevolazioni agli uomini della Ceka caduti in disgrazia. Egli sà benissimo che quegli uomini un tempo gli sono stati utili e fedeli, che le rivoluzioni necessitano di fegatacci e che queste qualità spesso si accoppiano a tendenze delinquenziali, ma del resto, le rivoluzioni non si possono fare con i soli, pochi, idealisti e le educande.

Se costoro hanno ucciso Matteotti, se sono stati utilizzati da chi poteva farlo, anche contro il suo governo, creandogli un cataclisma, egli sa bene che sono pur sempre stati suoi uomini, forse alcuni hanno anche creduto di agire per il fascismo e non li può abbandonare del tutto, senza contare che potrebbero rivelare particolari imbarazzanti per il fascismo.

Portiamoci ora ai momenti precedenti il delitto dove possiamo constatare che in quella tarda primavera del 1924 molti nodi stavano venendo al pettine, a cominciare dal governo di Mussolini e la sua posizione di potere a cui vari ambienti conservatori e speculatori avevano pur contribuito e finanziato per raggiungere.

Questi ambienti, con l’Alta Banca in testa che presiede a tutti i processi industriali in atto, e branche speculatrici di capitalismo, si sono annidati nelle pieghe del Partito fascista, della stessa Presidenza del Consiglio e del Viminale. Mussolini che con la marcia su Roma ha contratto una specie di cambiale con detti “poteri”, per un po’ ha lasciato fare, ed era inevitabile, ma adesso, non solo non onora quella cambiale consegnando a costoro lo Stato e tutta l’economia, ma comincia a mettersi di traverso su alcune importanti speculazioni. Ci vuole vedere chiaro, prende tempo, concede e poi ritratta la condivisione per l’emanazione di leggi e concessioni importanti: petrolio, bische, dazi doganali, residuati bellici, “privatizzazioni” e quant’altro.

Interessi di vario genere vengono messi in pericolo o almeno in forse, perché Mussolini, pur essendo un pragmatico e un realista, sotto, sotto, mostra di privilegiare gli interessi nazionali, e la sua ideologia, contrariamente a quanto aveva lasciato capire a certi poteri forti, prima di andare al potere e per averne l’appoggio, è socialista nel sociale e opposta a quella liberista nella considerazione dello Stato e al contempo la sua prassi di governo è dirigista e non da semplice mediatore e controllore.

Ma la cosa non è certo semplice perché l’Italia ha avuto un Risorgimento di stampo massonico ed è infeudata di ambienti anglofili e francofili, di logge massoniche e anche la Chiesa ha non indifferenti interessi in ballo, scontrarsi con costoro può essere esiziale.

Tutta la finanza nazionale, la nostra cultura (eccetto quella cattolica), e l’editoria, sono nate da culla massonica, bilanciate dal potere e dalla cultura della Chiesa e i governi post risorgimentali sono sempre stati caratterizzati, da malversazioni, scandali finanziari, speculazioni e via dicendo: Il regno delle tangenti e delle speculazioni, insomma.

 

Affari sporchi

Tra questi interessi emerge quello importantissimo del petrolio, che coinvolge la posizione ambigua della filo britannica Casa Savoia, lobby e conventicole che lucrano sulle tangenti che vengono pagate (anche alle opposizioni!) per ottenere contratti, concessioni e sgravi fiscali.

Coinvolge anche gli interessi britannici (Anglo Persian Oil Company), quelli degli Stati Uniti (Standard Oil e Sinclair Oil) e in parte anche quelli Sovietici (soprattutto dopo il riconoscimento da parte del governo italiano dell’Urss), tutti paesi interessati a fonti petrolifere, accordi commerciali di monopolio, di aree di raffinazione, ecc.

Difficile però seguire i veri interessi e le vere strategie delle compagnie inglesi e quelle di Rockefeller, oltre a quelle minori (per esempio Sinclair, che spesso giocano ruoli indefiniti), perché è un campo soggetto ad accordi, guerre, contrasti, ricomposizioni e acquisizioni azionarie, repentine e a getto continuo.

Comunque il governo italiano si muova, non può che favorire un settore e danneggiare gli altri e in questa realtà c’è chi vorrebbe operare, favorendo propri interessi, e chi invece non trascurare quelli nazionali.

Anche il grosso affare delle “bische”, dove sono state pagate tangenti per una Legge che autorizzi il gioco d’azzardo e predisponga la possibilità di aprirne di nuove, con tutto l’indotto di alberghi, treni di lusso ecc., non è cosa da poco e c’è chi si sente gravemente danneggiato dall’impasse che questi provvedimenti stanno subendo.

Privatizzazioni già promesse, ingenti affari su residuati bellici, dazi doganali, ed altro ancora, si trovano al centro di enormi interessi.

In un caso o nell’altro, troviamo sempre gli interessi dell’Alta Banca, con la Commerciale di Toeplitz in testa, e la stessa Standard Oil cointeressata in vari affari non solo petroliferi.

Ma occorre anche avvertire il lettore che nulla in questa vicenda può essere dato per scontato, come invece hanno fatto, molti storici: non è detto che l’elemento scatenante il delitto sia stato proprio il petrolio, certamente il più indiziato, o non invece lo furono le bische o entrambi questi due malaffare, o altro ancora.

ll progetto dei socialisti al governo

 In questa situazione, così delicata, così contraddittoria, con tutti questi interessi in ballo, Mussolini deve muoversi con i piedi di piombo e non ha alcuna intenzione di sfasciare il partito (già stretto dai Ras che vorrebbero spadroneggiare e i “revisionisti” che con la scusa della “normalizzazione” lo vorrebbero “liberalizzare” per sottometterlo ai poteri forti), e mettere a rischio il governo, ma ha però accarezzato anche un suo vecchio progetto, ora in un certo senso obbligato, quello di portare al governo i popolari (interessando il Vaticano) e i socialisti moderati con i Confederali che controllano i settori sindacali.

E’ l’unico modo per rafforzare la sua posizione e per coinvolgere nel difficile progetto di riforme e crescita nazionale, di un paese estremamente arretrato, tutte le componenti popolari.

Questo progetto, prematuro e già fallito dopo la marcia su Roma, sta ora, nel 1924, riprendendo corpo e vari sondaggi e contatti sotto banco sono in essere. A questo proposito, Matteotti che si pone come un irriducibile antifascista, non è poi un problema insormontabile, in quanto con il moderato successo che il suo PSU ha ottenuto alle elezioni di aprile, ci sono ora tutte le condizioni oggettive perché, da una posizione di prestigio, lui che in definitiva è un riformista e un anticomunista, possa alla fin fine dare il consenso ad una partecipazione dei socialisti al governo.

Ovviamente un governo forte, aperto a sinistra, sia pure moderata, vede l’ostilità della massoneria, minacciata anche da intese del governo con il Vaticano, di cui già si hanno i primi sentori, e danneggiata in tutti quei settori speculativi che controlla. Anche il fatto che precedentemente Mussolini aveva fatto approvare dal Gran Consiglio del fascismo l’incompatibilità tra fascismo e massoneria, una enunciazione sia pure più che altro teorica, non era stato per i massoni un buon segnale

La massoneria italiana, era al tempo divisa in due obbedienze, quella di Palazzo Giustiniani, decisamente avversa al fascismo, e quella di Piazza del Gesù, più possibilista e non aliena ad accordi con il regime e che conta molti affiliati nelle fila del fascismo.

Il progetto di “apertura a sinistra” di Mussolini, non è di certo gradito da casa Savoia e vede poi l’ostilità degli ambienti reazionari e conservatori del partito fascista e di quelle lobby speculative che già mal digeriscono i freni che Mussolini continuamente frappone alla realizzazione dei loro interessi.

Intendiamoci, non è che Mussolini voglia fare il “grande moralizzatore”:, egli è abbastanza realista per comprendere che con quell’andazzo è inevitabile che anche il Pnf, il suo stesso giornale Il Popolo d’Italia, e uomini e ambienti del suo entourage ministeriale, si procaccino finanziamenti (in pratica quello che è sempre avvenuto in Italia, anche nel dopoguerra con la Prima Repubblica e con la Seconda Repubblica!), ma la sua filosofia di governo, il suo concetto dello Stato, lo inducono a privilegiare gli interessi nazionali, ad imporsi con forza decisionale e questo lo pone in rotta di collisione con tutto il mondo delle grosse speculazioni, Finanza in testa.

La situazione nel paese, quindi comincia a farsi esplosiva, soprattutto dopo le elezioni dei primi di Aprile ‘24, dove, come accennato, il PSU di Matteotti risolutamente antifascista, ma anche avverso ai comunisti, ha ottenuto un buon successo (5,9% e 24 deputati alla Camera superando sia la corrente ortodossa del socialismo che i comunisti) e potrebbe avere ora le mani libere per prendere qualsiasi decisione e anche Mussolini ha ottenuto un grosso successo con il “Listone” (oltre il 61% con 355 eletti), garantendo al governo, grazie al meccanismo elettorale maggioritario, un ampia maggioranza.

Probabilmente non sfugge, a chi di dovere, che Matteotti, nel suo famoso discorso “antifascista” alla Camera del 30 maggio ‘24, dove denuncia brogli, non mette però sotto accusa il governo, non ne chiede le dimissioni, e successivamente Mussolini nella sua magistrale risposta del 7 giugno alla Camera, pur difendendo il partito e la validità delle elezioni, manda più di un segnale ai socialisti e ai confederali per una futura partecipazione al governo.

Evidentemente Mussolini sa di poter fare queste aperture, grazie a sondaggi sottobanco che devono essere intercorsi con settori moderati della sinistra. Ma per il 7 giugno, il meccanismo di morte, era già in moto, e quel discorso non accentuò i progetti già avviati.

In questa situazione esplosiva, era accaduto, infatti, che Matteotti nel suo breve viaggio a Londra dal 22 al 26 aprile ‘24, aveva ottenuto, di sicuro da ambienti massonici e laburisti, importanti informazioni, forse documentazioni (difficile però ipotizzare che furono forniti documenti, compromettenti e tangibili, che poi nessuno ha mai più tirato fuori) che potevano procurare un grosso scandalo nel paese. Soprattutto sulla faccenda del petrolio e delle bische.

Fatto sta, che Matteotti avesse avuto documenti compromettenti o invece solo informazioni in merito, era filtrata la voce che il deputato socialista avrebbe denunciato una specie di tangentopoli alla camera. Matteotti nel suo programmato intervento per l’11 giugno, in sede di discussione del Bilancio provvisorio dello Stato, avrebbe tratteggiato la finanza di Mussolini come rovinosa per il paese, puntando l’indice su tutta una serie di accuse: per le tariffe doganali protezionistiche, sfacciate protezioni accordate a gruppi industriali, tangenti petrolifere e così via. Avrebbe chiamato in causa uomini di governo coinvolti in casi di corruzione.

Ma se anche il partito fascista poteva essere coinvolto in finanziamenti e tangenti, da nessuna parte filtra l’intento di Matteotti di chiamare in causa direttamente Mussolini. Anzi da quel poco che se ne deduce dall’articolo anonimo dei primi di giugno, autore Matteotti, su Echi e Commenti, e da quello postumo su English Life, sembra che Matteotti, mandi un “messaggio” a Mussolini, più o meno: guarda che stai consegnando il governo e il fascismo alla speculazione, cambia registro oppure ne resterai coinvolto.

 

Il delitto

 Arriviamo al punto: ad aprile - maggio 1924, in questo coacervo di interessi e situazioni esplosive, Giacomo Matteotti viene a trovarsi al centro di un crocevia di morte, laddove aspetti economici e venali, posizioni di potere da difendere ad ogni costo e giochi internazionali, hanno interesse a impedirgli che faccia certe denunce alla Camera, determinando uno scandalo e rovinando importanti personaggi e, al contempo, chi vede oramai di traverso il governo di Mussolini e vuole farlo cadere gli tornerebbe anche utile un crimine da addossargli.

Insomma si determinano le condizioni giuste per prendere due piccioni con 1 fava: tacitare Matteotti e defenestrare Mussolini.

Ma oltre ai moventi, ci sono anche i “mezzi” per realizzare una operazione con duplice finalità: la Ceka, il gruppetto di prezzolati che apparentemente agisce agli ordini della Presidenza del Consiglio e del Viminale e ne è a libro paga, ma di fatto è controllata soprattutto da Giovanni Marinelli e anche da Cesare Rossi ed è facilmente condizionata da certi poteri e interessi eterogenei, attraverso Finzi, ambienti del Corriere Italiano, massoni , ecc., senza escludere il lavorio di Intelligence straniere.

 

Mussolini non può essere il mandante

 Per gli intermediari che progettarono e diedero incarico alla Ceka per questo delitto, ovvero la così detta “Banda del Viminale” e personaggi attigui, non ci pronunciamo, eccetto una forte propensione a considerare colpevole il Marinelli e, almeno in parte, innocente il Rossi. Ma il Rossi, attraverso collusioni massoniche non è però estraneo a tutto quell’ambiente, che sta cercando di ridimensionare, se non defenestrare Mussolini, sebbene sia conscio che se cade Mussolini cade anche lui. Il suo gioco quindi risulta di difficile comprensione e forse si può presumere che egli miri solo a ridimensionare Mussolini o metterlo con le spalle al muro, nell’interesse di certi ambienti a cui è legato, ma senza farlo cadere.

Per il mandate (ma sarebbe meglio dire “i mandanti”), si pensi quello che si vuole su Mussolini, ma egli non può essere il mandante dell’omicidio di Matteotti e neppure di una spedizione punitiva degenerata in assassinio.

Se prendiamo atto, come lo stesso storico Mauro Canali deve ammettere, che un ordine omicida diretto di Mussolini non c’è e non si troverà mai, e quindi anche lui deve formulare quello che resta un “teorema”, in base a congetture e deduzioni su documenti dubbi, per esempio la lettera di Dumini presente negli archivi americani, allora sono molto più concrete e valide le seguenti deduzioni contrarie:

Primo: se Mussolini fosse stato il mandante, non avrebbe reiteratamente inveito contro il deputato socialista, durante le fasi preparatorie del delitto e fino a ridosso del crimine. Non poteva non essere coscio che lui, Capo del governo, avrebbe poi dovuto cavalcare tutta la fase calda post delitto, dando l’impressione all’opinione pubblica di un Capo di governo che si sta impegnando per normalizzare l’ordine pubblico.

Secondo: avrebbe semmai ordinato un delitto professionale, e non in pieno giorno davanti a testimoni, con esecutori a lui riconducibili. Ed oltretutto, a delitto consumato, si sarebbe comportato ben diversamente che non subire un mezzo crollo morale e psicologico.

Terzo: era abbastanza intelligente per capire che la scomparsa di Matteotti sarebbe stata la tomba di ogni progetto politico di apertura a sinistra per il quale stava lavorando da mesi e per il suo governo, molto più deleteria di eventuali denunce alla Camera. Denunce alle quali, alla peggio, forte di un ampia maggioranza e riconosciute abilità dialettiche e di manovra, avrebbe, potuto in qualche modo tamponare. E’ anche poco credibile che Matteotti nel suo viaggio a Londra, avvenuto pochi giorni prima che venisse sottoscritta la Convenzione Sinclair, aveva potuto già avere documenti compromettenti, e quindi più che altro poteva fornire denunce verbali, sempre contestabili (più probabile che a Londra ci fossero documenti compromettenti per il Savoia).

Ma torniamo comunque al paragrafo precedente: eventuali accuse si possono controbattere o negare, uccidendo invece Matteotti ci si sarebbe dati la zappa sui piedi.

Quarto: diciamolo chiaramente: non può essere un caso, ma anzi è significativo, che le documentazioni sequestrate a Mussolini nel 1945, precedentemente esaminate da Carlo Silvestri, dove risultava evidente che il Duce nulla c’entrava con l’omicidio Matteotti, vennero fatte letteralmente sparire dagli antifascisti e nel caso dagli Alleati che avrebbero dovuto avere, invece. tutto l’interesse a non scagionare Mussolini.

Quinto: proprio il fatto che il mandante di questo crimine, che nasce in un contesto di situazioni che si sono evolute in un certo modo, non è Mussolini, ma ambienti e personaggi potentissimi, che sono però sfumati dietro le quinte e non facilmente identificabili, spiega che a costoro necessita solo un azione sbrigativa che elimini la minaccia Matteotti e poi metta nei guai il Duce.

Costoro, attraverso i loro intermediari in grado di arrivare alla Ceka, ordinano, probabilmente a Marinelli, quel rapimento che sostanzialmente è una via di mezzo tra una spedizione punitiva, a cui i membri della Ceka sono abituati, un impresa di minacce e bastonature per venire in possesso di informazioni dalla vittima, e probabilmente la commissione di un delitto vero e proprio. E questi sicari finiscono proprio per muoversi su questi tre piani, combinando anche una serie di goffe e malaccorte azioni.

In questo contesto i Finzi, i Rossi, i De Bono potrebbero anche essere innocenti, rispetto ad aver diramato un ordine omicida o esserne complici nella sua progettazione, ma in virtù dei tanti fili che li legano agli ambienti affaristici che hanno interesse a tacitare Matteotti e alla massoneria, non si può definire con certezza ogni singola posizione, e comunque anche loro, in qualche modo, ne sono “idealmente” invischiati.

Questa impresa criminale era stata progettata ancor prima del discorso del 30 maggio 1924 che espose Matteotti alle ire dei fascisti e qualche esternazione di rabbia di Mussolini che offrirà anche un capo di accusa verso Mussolini e un pretesto per il delitto.

La data esatta di progettazione di questo delitto è sicuramente legata al momento in cui si ebbe voce che Matteotti poteva denunciare concretamente certi scandali e certi ambienti. Il discorso quindi del 30 maggio fu probabilmente un acceleratore, ma non l’elemento determinante per dare il via alle operazioni. In ogni caso certezze in questo senso non ci sono. Ad un paio di giorni prima del 20 maggio 1924, invece, data in cui Dumini convoca a Roma gli altri componenti della Ceka, che arriveranno il 22, si può forse attestare il momento in cui gli venne dato l’ordine omicida da eseguirsi in fretta, prima dell’ 11 giugno e del previsto discorso di Matteotti alla Camera.

 

Ordine omicida o spedizione punitiva degenerata?

 L’attento esame degli esiti autoptici (sia pur carenti date le condizioni dei resti organici) e la valutazione delle cronache del rapimento (sicari che agiscono alla luce del sole con un auto a cui neppure nascondono la targa), farebbe ritenere che l’uccisione fu preterintenzionale, avvenne in macchina nel luogo e nel momento sbagliato, probabilmente per la reazione della vittima, che forse doveva solo essere rapita, bastonata, e fatta parlare. I sicari si trovarono invece tra le mani un cadavere inaspettato e un auto imbrattata di sangue senza i mezzi per sotterrarlo.

Si deve quindi propendere per un omicidio non ordinato?

Andiamoci piano, perché è difficile credere che si sarebbe poi liberato Matteotti, il quale non solo avrebbe sicuramente dato indicazioni per far arrestare i rapitori, ma avrebbe anche potuto reiterare le sue minacciate denunce alla Camera e comunque scatenare reazioni incontrollate.

La stessa mancanza di una pala, che i rapitori non si sono portati appresso, potrebbe dipendere dal fatto che non necessitava, perché Matteotti doveva essere portato e ucciso in un posto dove sarebbe poi stato fatto sparire. Ma avanza sempre una domanda: perché in quel posto non ci sono ugualmente andati con il cadavere?

Comunque se è quasi certo che Matteotti fu ucciso in macchina non volendo, è anche prevedibile che la sua soppressione, con altri modi e in altro luogo, era comunque prevista.

Ci sono quindi elementi, circa le finalità del progetto criminoso, per optare sia per una ipotesi che per un'altra, senza cambiare di troppo il quadro complessivo del crimine, visto che importante è il movente affaristico con previsti effetti politici, quindi l’interesse dei mandanti a tacitare Matteotti e far cadere Mussolini, tutti scopi da raggiungere con l’utilizzo di persone (“la banda del Viminale”) a cui i mandanti possono arrivare attraverso altre persone e altri ambienti.

Data questa eterogeneità e contraddittorietà di situazioni, il fatto che il delitto ha un movente affaristico, non disgiunto dai sicuri effetti politici; che i veri mandanti sono sfumati dietro le quinte; che gli intermediari che arrivano fino a Marinelli e la Ceka, sono lobby massoniche a scatole cinesi legate da invisibili fili, è perfettamente inutile sforzarsi di inquadrare il tutto in una ferrea logica e pretendere di spiegare ogni avvenimento, ogni fatto ogni contraddizione e ogni gesto insensato.

Anche il fatto che tra la “banda del Viminale” erano a tutti note le invettive di Mussolini contro Matteotti, non fu difficile, per “chi di dovere”, far credere che l’azione contro il deputato socialista fosse voluta o comunque gradita da Mussolini.

Cosicché il destino di Matteotti è segnato, e di riflesso sembra segnato anche quello di Mussolini.

Le condizioni ideali per l’omicidio, ripetiamo già previsto e organizzato, le determina il forte discorso del 30 maggio di Matteotti alla camera che espone al massimo il parlamentare, attirandogli la reazione dei fascisti infuriati, e la reazione a caldo di Mussolini che gli inveisce contro, profferendo minacce (forse interpreta quel discorso, che pur letto bene non chiude totalmente a future intese di governo, come un ulteriore diniego di Matteotti).[xxi]

Questa reazione, oltretutto in pubblico, espose anche Mussolini nel senso che se fosse successo qualcosa a Matteotti, tutti lo avrebbero ritenuto responsabile nonostante poi il suo discorso del 7 giugno, dove non solo mostrò di aver smaltito la collera, ma profuse anche un rilancio verso future intese con i socialisti moderati.

Resta però il fatto che coloro che incaricarono Dumini giocarono sull’equivoco, di precedenti stati d’animo di Mussolini, che in certi momenti dovette aver espresso intenzioni bellicose contro Matteotti, ma rendendosi poi conto della assurdità della cosa, le lasciò cadere, ma altri utilizzarono queste situazioni per coinvolgere gli esecutori nel nome di Mussolini.

 

 

Riassumendo queste conclusioni:

·      Il delitto ha un movente affaristico (tacitare Matteotti), ma con effetti, previsti e desiderati, di natura politica (far crollare il governo di Mussolini o almeno metterlo con le spalle al muro), possibile quindi che vi siano più personaggi e ambienti cointeressati o non estranei, se non al delitto a tutto il contesto che lo determina, compresi anche interessi stranieri (inglesi, americani e sovietici).

 

·      Mussolini fu assolutamente estraneo al rapimento e al delitto che in definitiva lo danneggiava in ogni senso.

 

·      Insinuazioni su possibili tangenti intascate da Mussolini e/o il fratello Arnaldo, sono solo congetture; metterle poi in relazione ad una presunta volontà di Mussolini di tacitare, uccidendo, Matteotti, è una assurdità che si configura in un vero e proprio teorema fantasioso. Vero però che l’andazzo del tempo contemplava giri di tangenti, possibile quindi che ci sia stato anche un giro che riguardava il PNF e il Popolo d’Italia, come riguardava i governi precedenti, i partiti e anche le opposizioni.

 

·      Che Arnaldo Mussolini fosse coinvolto in qualche giro affaristico non ha alcuna incidenza su questa vicenda, se non magari, scanso di equivoci, nel legare poi le mani a Mussolini nel poter fare un repulisti generale.

 

·      Difficile appurare, in mancanza di precise documentazioni, il coinvolgimento del Re o addirittura che sia partito da lui l’ordine omicida. In ogni caso l’ipotesi di Matteo Matteotti non è del tutto peregrina è va tenuta in considerazione (la ripetiamo: De Bono informa emissari di Casa Savoia che Matteotti sta per far esplodere uno scandalo che coinvolge il Re nelle vicende del petrolio. Forse tramite FilippeIli e questi a sua volta attraverso Dumini, mettono in atto il delitto forzando certi intenti di dare una lezione a Matteotti e trasformandola in un omicidio. Detto en passant si dovrebbe aggiungere il Marinelli. Una cosa è certa: se Matteotti avesse coinvolto casa Savoia in uno scandalo, i contraccolpi, come minimo, avrebbero potuto provocare il passaggio della corona al Duca D’Aosta.

 

·      Di sicuro l’ordine omicida partì da ambienti e personaggi che avevano tanto da perdere sia per le denunce di Matteotti che per la politica di Mussolini..

 

·      I Finzi, i De Bono, i Cesare Rossi, sono probabilmente estranei all’ordine omicida (formuliamo però questa considerazione con tante riserve), ma sono in qualche modo coinvolti nel complesso della vicenda per via di certi fili, politico - affaristici e finanziari che li legano agli ambienti nei quali si trovano i veri mandanti. Giovanni Marinelli è invece seriamente indiziato per aver organizzato il delitto, e intermediari come Filippelli, Naldi e la stesa Commerciale, lo seguono a ruota.

 

·      Menzogne, depistaggi, inquinamenti e altro messi in atto da molti attori di questo Affaire, non sono necessariamente da mettere in relazione con il loro diretto coinvolgimento nel delitto.

 

·      Difficile stabilire, con assoluta certezza, cosa veramente volevano fare i rapitori sequestrando Matteotti. E’ evidente che lo ammazzarono in auto, nel modo e momento non previsti, ma è quasi cero che comunque lo avrebbero poi soppresso.

 

·      Gli effetti, per il governo di Mussolini di un omicidio o anche del solo rapimento con bastonatura di un deputato di quella notorietà e portata, sarebbero stati non troppo diversi. Ergo assume minore importanza dirimere il dubbio precedente.

 

·  Testimonianze contraddittorie del Dumini hanno scarso valore: il suo primo memoriale è ridicolo, mentre quello nascosto nel 1933 in America, che tra l’altro non si conosce per intero, non è totalmente affidabile, perché è evidente che il Dumini confezionò un prodotto che gli salvasse la vita e fosse al contempo utilizzabile per eventuali ricatti.
Ebbene, come già detto, in quel memoriale “americano” il Dumini dichiara di aver ricevuto
l’ordine omicida dal Marinelli, cosa questa che conferma il famoso “biglietto” o “farfalla carceraria”, con la confessione di Marinelli, che Mussolini asserì di aver ricevuto dall’ex gerarca condannato a morte a gennaio del 1944.

 

 Quello che accadde dopo divenne inevitabile, ma ogni elemento sta a dimostrare che in definitiva ci furono due vittime e queste furono Matteotti e Mussolini, oltre alla storia del paese che viceversa avrebbe di certo preso un altro indirizzo.


 

NOTE:

[i] Capacelatro G. “La banda del Viminale”, Ed. Il Saggiatore 2004.

 

[ii] Oltre ad articoli e interviste, questo tema il Canali lo ha sviluppato nei suoi: Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997, e la sua riedizione del 2004, più snella, elisa di alcune documentazioni, ma sostanzialmente uguale; e in Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze, Einaudi, 2007. Ci sarebbe da osservare che se il malcostume delle tangenti è praticato dalla notte dei tempi, una spassionata e obiettiva analisi del periodo del fascismo, dimostra che fu molto inferiore al malcostume dei regimi democratici, reso evidente dal fatto che speculatori e pescecani vari non si arricchirono in modo smisurato come nei tempi attuali

 

[iii] Le “favolose” ricchezze di Mussolini. Per la precisione, i beni di Mussolini che sono riscontrabili, al momento della sua morte (a parte la residenza della Rocca delle Caminate vicino Predappio, che fra il 1924 e il 1927, fu totalmente restaurata con un “prestito littorio”, una sottoscrizione indetta fra i cittadini della Romagna, per poi essere donata a Mussolini che la elesse sua residenza estiva migliorandola poi con suoi beni), erano costituiti dai proventi della cessione degli stabilimenti e macchinari del Popolo d’Italia, avvenuta in quei giorni, all’industriale Riccardo Cella (che li comprava per conto di terzi) e che il Duce aveva diviso con i suoi parenti, eredi del fratello, del figlio Bruno e la sorella Edvige), e dalla rimanenza di una liquidazione appena riscossa per i diritti d’autore di suoi scritti. La moglie Rachele inoltre, aveva con sé (oltre parte di questi proventi) gioielli di famiglia e molti regali, anche di valore, avuti dal Duce nel ventennio, che gli furono sequestrati dagli Alleati e poi restituiti riconoscendogli la proprietà. Durante la Rsi, Rachele, protestò più volte con il marito, perché con il modesto stipendio di Stato che percepiva, non ce la faceva, a far fronte alle spese di una famiglia allargata a vari rifugiati e lui si rifiutava di farsi concedere altro che pur gli poteva spettare. Nel dopoguerra poi non sembra proprio che Rachele Guidi vedova Mussolini e i suoi figli, abbiano condotto una vita lussuosa, anzi tutt’altro, e neppure che abbiano rivendicato ricchezze all’estero. Basta per tutti l’ironia di Romano, il figlio di Mussolini: “ditemi dove sono questi soldi che me li vado a prendere”. Chissà se il Canali potrà spiegare dove sono i beni. Queste dicerie sulle ricchezze di Mussolini, dicesi anche accumulate di nascosto all’estero vedesi il nostro articolo: “La favolose ricchezze di Mussolini nascoste all’estero”, visibile on line nel sito della Fncrsi: http://fncrsi.altervista.org/

 

[iv] Da un servizio di G. Di Stefano su “Oggi”, n. 51, 13 dicembre 2000 (Matteotti fu ucciso perché scoprì le mazzette di Mussolini), riportiamo questo passaggio, perché evidenzia bene le forzature e le congetture usate dal Mauro Canali, il quale riscontrando “ricevute” passate per Mussolini, le interpreta come una riscossione di tangenti.

«“Nel mio libro sulla genesi del delitto Matteotti”, precisa lo storico [Mauro Canali, n.d.r.], “sono riuscito a dimostrare almeno tre tangenti sicure e non è certo facile trovare le prove materiali della corruzione… C’è poi una lettera del commissario straordinario delle Ferrovie, incaricato di vendere i residuati bellici della prima guerra mondiale, che scrive a Mussolini: “Le 250 mila lire (circa 400 milioni attuali, n.d.r) che ebbi a consegnarvi poche sere or sono provengono da una vendita di materiali esistenti in magazzini di corpo d’armata”. E Mussolini, sull’appunto, verga la parola “riservatissimo”. Vi sono poi altre sicure tangenti, come una di 750 mila lire (circa un miliardo di oggi, n.d.r.) fatta passare per donazione a un istituto per ciechi”».

Commenta Alessandro De Felice (nel suo: ): “Il gioco delle ombre. Verità sepolte della Seconda Guerra Mondiale” (reperibile tramite il Sito www.alessandrodefelice.it):

«Si tratta in questo caso di un leit motiv caro a Canali, il quale, nel suo saggio sul delitto Matteotti teso a dimostrare la colpevolezza di Benito Mussolini nell’omicidio del deputato socialista veneto avvenuto nel giugno 1924, cerca di costruire un circuito storico univocamente monocorde con non poche forzature interpretative legate ad episodi per nulla inerenti l’oggetto della sua – peraltro apprezzabile – ricerca».

 

[v] Proprio il figlio di Matteotti, Matteo, ha voluto ricordare un articolo pubblicato su Stampa Sera il 2 gennaio 1978. Era a firma di Giancarlo Fusco. In sintesi: «nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta, scriveva Fusco, raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla loggia The Unicorn and the Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private.

Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel register degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati (coverei) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico»..

 

[vi] Tutti contatti e passaggi, con giri di tangenti petrolifere, non ignoti a Cesare Rossi responsabile della comunicazione alla Presidenza del Consiglio, sostenuto dal “Corriere Italiano” di Filippo Filippelli, da Filippo Naldi attiguo a potenti ambienti finanziari, dagli ambienti finanziari vicino ad Aldo Finzi sottosegretario agli interni, e dagli ambienti della Commerciale.

 

[vii] Marcello Staglieno: “Arnaldo e Benito due fratelli”, Mondadori 2003..

 

[viii] Già tempo prima la Standard Oil negli Usa, attraverso la grande stampa e il circuito Rockefeller, aveva spinto, sfruttando lo scandalo in America che aveva coinvolto la Sinclair Oil, per il ridimensionamento di questa compagnia.

 

[ix] Spesso giornalisti e storici, impregnati di antifascismo, perdono la realtà delle vicende storiche. Tutti presi nel considerare Mussolini intento chissà a quali malversazioni e accaparramenti, per esempio, interpretano il fatto che Mussolini nel 1934 rinunciò, a vantaggio degli inglesi, a certe concessioni petrolifere che avevamo in Irak. Dimenticano però di valutare il contesto storico che portò a quella dolorosa rinuncia. Il fatto è che l’Italia, si stava indirizzando verso la realizzazione di un grosso progetto geopolitico: l’acquisizione dell’Ethiopia che necessitava di grossi fondi, e che trovava i britannici strenuamente contrari. Fu quindi necessario incamerare più soldi possibile dalla vendita delle concessioni dei pozzi petroliferi in Irak agli inglesi, e poi barattare segretamente con gli inglesi il “passi” per le nostre navi, che altrimenti sarebbe stato impedito, anche se questo costituì un ridimensionamento dell’Agip. Fu così che gli inglesi ci estromisero dal petrolio irakeno, che oltretutto al tempo in Italia non si valutò che avrebbe raggiunto l’importanza strategica che poi ebbe e in cambio gli inglesi si limitarono ad una dimostrazione di facciata e a sanzioni destinate a stemperarsi. Insomma Mussolini giudicò più importante la realizzazione dell’ “Impero” che non il petrolio irakeno: potrà forse aver sbagliato, ma il giudizio non può riguardare la malafede.

 

[x] Lascia perplessi il fatto che nel suo voluminoso testo il Canali non sviluppi una analisi sul ruolo della Commerciale e del Toeplitz e neppure del Naldi e della Massoneria, incanalando invece il tutto sulla malafede di Mussolini. La Commerciale e il Toeplitz al tempo veri vampiri della nostra economia e finanza, a cui molti attori del delitto Matteotti sono legati, viene citata di rado, anzi quando viene citata lo è per riportare che si lamentava di un possibile doppio gioco della Standard Oil con cui si era consociata per la petrolifera Saper, Standard Oil che invece gli era legata a doppio filo. Il Naldi, potente uomo ombra dell’epoca, è citato più che altro come “agente” della Sinclair, il che è anche dubbio. La Massoneria viene appena sfiorata, eppure era una potente forza dell’epoca e nell’Affaire Matteotti non stava di certo a pettinare le bambole.

 

[xi] Forse conscio di questo “buco” nel suo teorema, il Canali, così congettura:

«Le responsabilità dirette di Rossi, Marinelli e Fasciolo, nell’’organizzazione del delitto, e quello di De Bono, Finzi e Acerbo, nell’intralciare le indagini e nell’occultare prove, conducono direttamente alle responsabilità morali di Mussolini. Non è infatti possibile credere che un intero gruppo dirigente, quello, sia detto per inciso, la cui fedeltà era più antica e fidata, potesse decidere concordemente e in completa autonomia di sopprimere un avversario politico di grande spicco».

Attestare come organizzatori del delitto, diversi collaboratori di Mussolini, è funzionale a sostenere poi che il Duce non poteva essere ignaro, dunque era lui il mandante. Questo ragionamento del Canali è però indimostrato nell’ipotesi di partenza, quella che furono più di uno ad organizzare il delitto (quando probabilmente, fu il solo Marinelli, imbeccato da certi “poteri” a cui non poteva dire di no). In realtà tutti gli altri, che avevano vari scheletri nell’armadio, ne restarono invischiati o coinvolti : Rossi per certi maneggi politici con cui trafficava e per la sua vicinanza al Dumini, stesa cosa per Finzi attiguo a quel mondo finanziario speculatore, il Fasciolo perché ne venne coinvolto la sera del 10 giugno quando i rapitori rientrarono in città (o chissà per quale “traffico”), il De Bono per il suo ruolo di capo della Polizia per cui si mise a disposizione non si sa bene di chi e perchè. Ma se poi anche un altro di questi componenti “la banda del Viminale”, era complice con il Marinelli non cambia il contesto di fondo.

 

[xii] Per attestare un Mussolini assassino, il Canali porta l’esempio di alcune aggressioni ordinate da Mussolini contro avversari politici, dicendo che potevano finire con un assassinio. Certo che potevano finire in un assassinio (ma non avevano quelle spedizioni punitive ordini omicidi) ed in ogni caso non si può asserire che siccome Mussolini avrebbe ordinato un omicidio in altre occasioni (e questo ordine a freddo non è neppure veritiero), per forza deve averlo fatto anche per Matteotti.

 

[xiii] Le necessità tattiche, tattica in cui Mussolini era maestro, non di rado hanno fatto si che lo troviamo dietro situazioni opposte. Era un modo per interferire chi poteva dar fastidio. Per esempio lo troviamo, in parte dietro la nascita della corrente revisionista, che poi cercherà di scompaginare il fascismo e dovrà abbandonare al suo destino; lo troviamo non avverso alla fondazione del Corriere Italiano, un giornale che può tornargli utile come fonte ufficiosa del governo e del fascismo e procacciatore di finanziamenti, ma che poi come sappiamo, legato alla Banca Commerciale e altri ambienti finanziari, prese una diversa strada., E così via..

 

[xiv] Mussolini ebbe a scrivere: <<Quando io non ci sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent'anni un popolo come l'italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell'oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. (...) Tutti i dittatori hanno sempre fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo passivo: tremila morti (tra le camice nere - n.d.r.) contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura. Forse l'ho svirilizzata, ma le ho strappato gli strumenti di tortura. Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane.

È male? Io non mi pento di avere fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l'inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli?

Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo. La storia si occupa solamente dei vincitori e del volume delle loro conquiste ed il trionfo giustifica tutto.

La rivoluzione francese è considerata per i suoi risultati, mentre i ghigliottinati sono confinati nella cronaca nera>>.(Intervista a Ivanoe Fossati “Mussolini si confessa alle stelle”, 1945, pubblicata postuma nel 1948),

 

xv] A cura di P. Paoletti: Il Memoriale Dumini. Contributo alla storia del fascismo: il delitto Matteotti, Rivista N. 2, marzo-aprile 1986, Sansoni Editore, Firenze.

 

[xvi] Come ha documentato Renzo De Felice, Mussolini voleva portare al governo: alle Finanze, Filippo Meda dei Popolari, la sindacalista riformista Argentina Altobelli all’Agricoltura; il genovese Lodovico Calda, amministratore del quotidiano socialista “Il Lavoro”, o il sindacalista Alceste De Ambris all’Assistenza sociale; e pensava anche a Giovanni Amendola, se questi avesse accettato, all’Istruzione. Probabilmente non tutti avrebbero accettato, ma la linea politica era quella. E Mussolini contava anche sul sindacato della CGdL, almeno i meno compromessi con i comunisti, a cui si rivolse proprio nel suo discorso del 7 giugno 1924 in risposta agli attacchi di Matteotti. Cfr.: De Felice R.: “Mussolini il fascista. La conquista del potere”, Einaudi, 1966.

 

[xvii] De Felice R.: “Mussolini il fascista .La conquista del potere”, Einaudi, ‘66.

 

[xviii] Scrive il Canali: «… siamo quindi al 2 giugno (…) …l’ira di Mussolini che si scaglia contro l‘inerzia dei due collaboratori (Rossi e Marinelli, n.d.r.), si può senz’altro concludere che l’intesa definitiva tra il Capo del governo e i due responsabili della Ceka per la soppressione di Matteotti venne raggiunta nell’incontro del 2 giugno».

 

[xix] Cfr.: “Delitto Matteotti Il mandante fu il Re non Mussolini, visibile in: http://guide.supereva.it/alleanza_nazionale/interventi/2003/05/134356.shtml

 

[xx] Cfr.: Petacco A., La storia ci ha mentito, Ed. Mondadori, 2014.

 

[xxi] Mussolini confesserà molti anni dopo che il discorso di Matteotti lo aveva oltremodo irritato perché intimamente doveva riconoscere che le accuse di Matteotti che il fascismo stava divenendo succube di poteri forti e del capitalismo era vera.

 

roma - marzo 2015 – testo non in vendita – ai soli fini di studio

  

Maurizio Barozzi      

 

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